mercoledì, Agosto 12, 2020

48° Pesaro film festival – Concorso – La jubilada di Jairo Boisier Olave

E’ la storia di un sofferto ritorno, La jubilada: quello di Fabiola (Paola Lattus), una ragazza cilena che in giovanissima età se n’era andata di casa e aveva intrapreso la carriera di attrice pornografica e che ora, sulla soglia dei trent’anni, decide di tornare al paese natale per ricucire gli affetti spezzati con la famiglia.
Come c’era da aspettarsi, il tribunale della coscienza provinciale non perdona certe scelte di vita divergenti dal suo sistema valoriale, così imperniato in un immobilismo perpetuo, sclerotizzato nelle posizioni più reazionarie, pronto a emettere sentenze senza possibilità di appello.
Fabiola, fin da subito, incontra una grande ostilità e diffidenza tra i ritrovati compaesani; perfino le amiche d’infanzia, oltre a rinfacciarle ipocritamente di averle abbandonate per velleità di successo, la tormentano continuamente con una morbosa curiosità, chiedendole con insistenza dettagli imbarazzanti della sua passata attività. Senza curarsi minimamente del rinnovato bisogno di Fabiola di rifarsi una verginità morale. Cosa impossibile in un’atmosfera di così sfrenato bigottismo discriminatorio. A questo punto, però, emerge un intoppo del film. Ci si chiede infatti cos’ha portato Fabiola sulla strada della pornografia. Si è trattato di uno slancio trasgressivo e provocatorio per troncare il legame con lo squallore dell’ambiente d’origine, dove il destino di una donna è tracciato irrevocabilmente in anticipo privandola della benché minima liberta di ridisegnarlo? E’ stata invece soltanto “un’esuberanza giovanile”? Oppure una scorciatoia disperata per ricercare danaro e fama? Interrogativi salienti e decisivi ai quali il film non fornisce alcuna risposta.
In base a ciò, questo ritorno di Fabiola non si sa bene se leggerlo, al di là del chiaro progetto di riconciliazione con la famiglia, come una sconfitta dopo un tentativo di maldestra ribellione, conclusasi in una esperienza a vicolo cieco che non è stata nemmeno un ponte di transito, per quanto discutibile sia la carriera pornografica, verso altre pratiche di emancipazione più autentiche e più decorose; oppure come un consapevole e meditato ripensamento della propria condotta di vita, con una definitiva sottoscrizione dei valori educativi impartiti. E’ perciò un ritratto femminile incompleto, quello abbozzato dal giovane regista Jairo Boisier Olave, il quale dà invece il meglio di sé nella impietosa descrizione della provincia cilena. I pregiudizi, le idiosincrasie e le contraddizioni della piccola comunità trovano nel personaggio di Moises (Daniel Antivilo) la loro espressione più sintomatica: in principio fornisce un lavoro alla ragazza presso la ditta di riciclo metalli di cui è proprietario, poi le fa delle avances sessuali, senza successo, e infine ostacola in tutti i modi il nascente amore di suo figlio e Fabiola. Un cinema, questo, che comunque privilegia i contenuti, la valenza documentale, più che il linguaggio delle immagini, che non presenta alcuna invenzione visiva, ripiegando su di un lessico elementare, spesso troppo ripetitivo.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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