Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Al 48° Pesaro film festival Sin Maysar fon tok ma proi proi di Wichanon Somumjarn 

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Resta in uno spazio aperto. Fa’ un lavoro creativo. Liberati dalle ambizioni.” Sono i tre precetti per la felicità enunciati da Albert Camus e ribaditi per bocca di Nuhm, protagonista del debutto nel lungometraggio del regista thailandese Wichanon Somumjarn. E si capisce subito il perché della citazione: in questo film c’è un enorme desiderio di riappacificarsi, di ritrovare un equilibrio e un’armonia non effimeri, di riconciliarsi con ferite emotive non ancora cicatrizzate. Nei giorni del capodanno thailandese, Nuhm lascia Bangkok, dove risiede e lavora, per fare ritorno al paese natale, invitato al matrimonio di un amico d’infanzia. Come anticipato nell’esordio, in cui vediamo Nhum passare accanto al set di un film di cui lui stesso è interprete, l’opera di Somumjarn si prefigge di (con)fondere il livello di realtà con quello di finzione e ha l’ambizione di creare un macro-contenitore filmico che possa inglobare cinema, memoria, biografia e affresco sociale. L’incontro di Nuhm col padre risveglia il turbine dei ricordi, tra cui quello dell’incendio a cui si allude nel titolo [Nell’aprile dell’anno seguente, c’è stato un incendio], una scaglia di passato sospesa che segna una cesura netta nel vissuto esistenziale, tanto da non poter essere confusa nemmeno in mezzo alle iridescenti e caleidoscopiche proiezioni della memoria.

A intervallare questo amarcord dolceamaro, delle cristallizzazioni liriche con inquadrature fisse su placidi paesaggi lacustri e una scena assorta, in cui viene strigliato un elegante purosangue inglese, ripreso con un calore e una intensità davvero struggenti. Sullo sfondo, invece, le insurrezioni separatiste e i tentativi di arginarle da parte delle forze dell’ordine.

Non tutte queste linee narrative riescono a radunarsi in modo sinergetico attorno a un centro strutturale che permetta una progressione coerente e omogenea. Sarebbe servita una superiore padronanza tecnica per poter sostenere una mole tematica così consistente e in perenne espansione. E’ altrettanto vero, però, che in diversi momenti l’opera è pervasa da una seducente ricerca linguistica animata da un’urgenza di comunicare sentimenti complessi, dalle svariate sfaccettature, e talvolta anche contraddittori. Ma il regista non brama a esaurirli una volta per tutte in una espressione compiuta, magari didascalica: ne rispetta invece l’irriducibile alterità, radicando il viaggio nell’Io in un sostrato ermetico, impregnato di animismo e di nostalgia per un arcaico rapporto con la natura ormai in via di estinzione, che imprime al film un alone di mistero.

Diego Baratto