Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Alberto, custode in una palestra, è morto, ne è consapevole e vorrebbe nasconderlo,ma il suo corpo va in decomposizione nonostante make up e profumi. L’illusione di sentirsi ancora vivo sembra resistere nell’ amicizia con Luly, padrona della palestra 

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Halley è la cometa che orbita attorno al sole ogni 75 anni,l’unica visibile ad occhio nudo dalla Terra: “Siamo consapevoli delle sue visite almeno dal 1066,come testimonia la sua rappresentazione nell’Arazzo di Bayeux.È l’eterna testimone della nostra storia, con i suoi cicli di slanci e decadenza. Lo spazio tra ciascuna delle sue visite è la lunghezza di una vita umana”.

Sebastian Hofmann ci dà coordinate astronomiche per la lettura del suo film di apertura della sezione Concorso alla 49a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e mette in scena un autentico  dead man walking.
Ma Beto (Alberto Trujillo in una performance molto intensa) non risiede nel braccio della morte di San Quintino,fa il guardiano in una palestra di wellness, fitness e body building, a contatto quotidiano con  muscoli scolpiti a suon di pesi e anabolizzanti. Custodisce le chiavi di un tempio in cui,prepotente,la religione della vita si oppone alle leggi inesorabili della morte, e ogni sospetto di decrepitezza è combattuto con sprezzo di fatica e sudore.
Ma ora Beto è morto, e lo sa, eppure continua a muoversi, pensare, guardarsi allo specchio mentre va in decomposizione e vorrebbe nasconderlo al mondo.
Non può, a nulla servono garze, talco e liquido per imbalsamazione che scende, una goccia lenta dopo l’altra, per endovena nel suo corpo sempre più piagato, che puzza come un vecchio e da cui cominciano a fuoriuscire vermi che accuratamente raccoglie in una boccia di vetro.
La morte non ha antagonisti alla sua altezza, e ora sembra giocare con Beto, lasciandolo in un limbo sospeso, né vivo né morto, nella dimensione inafferrabile e irreale di una non vita che lo assimila alla dannazione eterna delle anime dolenti, ferme sulle rive d’Acheronte, a cui Caronte nega il passaggio.
Un tema antico,quello della normalità della vita umana minacciata da presenze spettrali, incarnazione di paure e sensi di colpa, tradotti in violenza di immagini e gusto realistico per gli aspetti più crudi della realtà.
Ma Halley non è un film di zombie, non ne ha la componente horror,Beto è “un uomo che vive da morto nella società“, così Trujillo definisce il suo personaggio.
Halley è un saggio sull’angoscia che proviamo quando perdiamo il controllo che crediamo di avere sui nostri corpi.Nei nostri corpi dimorano silenziosamente per anni delle malattie, senza che ce ne accorgiamo.I corpi muoiono a poco a poco, alle nostre spalle.Noi viviamo ignorando la loro transitorietà, e quando questa si manifesta, la percepiamo come una rivolta contro noi stessi.”

Artista visuale e filmmaker dalla breve ma intensa carriera, Hofmann elabora una particolare declinazione del conte philosophique, territorio in cui, tra satira e riflessione filosofica, la fantasia corre sulfurea, esplora registri inusuali, inventa immagini e parole, approda perfino a forme di umorismo non intenzionale, come nell’incontro all’obitorio fra Beto e l’anatomopatologo, ma si arresta, composta, di fronte alla “visione compassionevole della vita di un morto vivente”.
I maldestri tentativi di Beto per aggrapparsi alla vita sono l’esito più inquietante dell’incapacità di vivere secondo natura che attanaglia l’umanità. Beto è il simbolo di tutte le vite che non sono mai veramente vissute e della paura della morte che impedisce di capire che essa è alle nostre spalle e non davanti a noi.
“Testimone impotente della sua putrefazione, Alberto è un riflesso della nostra mortalità e della solitudine della decrepitezza.Halley ribadisce la temporalità del corpo umano,in una cultura che la nega.”
Halley è la cometa che scorre lasciando una scia di luce; fra due passaggi si consuma, opaca, la vita dell’uomo.Ma è vita quella che si spegne ogni giorno senza lasciare tracce di luce? O è una non vita, una morte incompleta, il prodotto di una irreversibile crisi della ragione che conduce ad una visione sconvolta e sconvolgente della realtà?
Matías Penachino fotografa magistralmente questa condizione di vita/non vita ai confini della realtà, sul filo che separa la vita dalla morte, là dove il colore sbiadisce ma non si dissolve ancora nel buio.

Paola Di Giuseppe