venerdì, Agosto 14, 2020

49° Pesaro film festival – Matei Copil Miner di Alexandra Gulea

In una cittadina mineraria della Romania, l’undicenne Matei (l’esordiente Alexandro Czuli), affidato al nonno dai genitori emigrati in Italia, si fa espellere da scuola a causa di un malinteso. Una furibonda lite col nonno è la goccia che fa traboccare il vaso: il ragazzino fa fagotto e fugge. Arrivato a Bucarest, una visita al museo di storia naturale risveglia qualcosa in lui, tanto ché decide di tornare a casa. Lì troverà il nonno ormai prossimo alla morte. Dopo un periodo sotto la tutela delle assistenti sociali, Matei rivedrà la madre, intenzionata a portalo con sé. Ma il ragazzo ha altri progetti: il richiamo della località natale è troppo forte. Venti righe di sceneggiatura per un cinema di pura regia: questo sembra essere il credo di Alexandra Gulea al suo esordio nel lungometraggio, dopo corti e documentari, con un racconto di formazione picaresco che si allinea al modello fornito da Truffaut ne I 400 colpi.
Nella prima parte la regista esplora l’incomunicabilità tra il mondo degli adulti e quello dei bambini, partecipe dei loro piccoli grandi sogni, delle inquietudini e dei primi vagiti di ribellismo. Una dinamica archetipica, d’accordo, ma che patisce l’assenza di vere innovazioni al passo coi tempi, e magari in grado di dire qualcosa di più sui bambini contemporanei. Dopotutto, a Gulea sembra interessare altro, e nel secondo blocco della storia lo si capisce limpidamente.
È l’inizio di un assorto vagabondaggio dell’occhio fra colori e forme dei paesaggi urbani e agresti della Romania; è un esercizio di stile, a metà strada fra lirismo e simbolismo, tanto suggestivo quanto sospetto di ammiccamenti festivalieri. C’è infatti una ricerca ossessiva di un effetto d’astrazione grafica (a cui contribuisce la fotografia contrastata di Reinhold Vorschneider) che si sostituisce con prepotenza a molte tappe del percorso di individuazione del personaggio; come se Matei, dopo la fuga, venisse divorato dalle proprie esperienza visive e in prossimità del finale ricomparisse con una nuova consapevolezza di cui si fatica a giustificare l’insorgenza.
Insomma, la sensazione è che Gulea abbia raccolto prematuramente una sfida (meramente formale) un po’ troppo ardita, in cui anche i veterani spesso sono inciampati. Forse non farebbe male un po’ più di stima verso la tanto vituperata sceneggiatura.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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