Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Film documento in presa diretta, mette in scena la vita solitaria del diciottenne Marek,in simbiosi con il cane Killer che addestra alla violenza e un gruppo di skinheads di cui è succube, nel mondo chiuso e razzista di un villaggio della Slovacchia 

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Secondo film di Mira Fornay (Foxes, 2009) vincitore di  due festival – Rotterdam e Vilnius – My Dog Killer  è girato a Hodonína, piccolo villaggio al confine tra Slovacchia e Moravia, e parla di Marek (Adam Mihál), un diciottenne rasato a zero, tatuaggio in evidenza sul collo, sguardo sfuggente, inquadrato frontalmente una sola volta, look trasandato da skin di periferia.
Quando non lavora col padre nel vigneto passa il tempo ad allenare alla violenza un pitbull, Killer, unico essere vivente con cui riesca a stabilire un autentico feed back.
Chiuso in una paralisi esistenziale da cui il linguaggio è quasi del tutto assente, segue supinamente una banda di skinhead locali che l’accettano solo per la violenza del suo cane.
Forse per una sorta di  compensazione alla condizione di abbandono parentale in cui vive, o forse perché non c’è altro fuori dalla porta di casa, Marek ne subisce tutti i condizionamenti.
Il padre (Marián Kuruc) è un alcolizzato rozzo e svuotato di sentimenti, la madre (Irena Bendová) l’ha abbandonato da otto anni ed ha avuto Lukas (Libor Filo) dal secondo compagno di etnia Rom, figlio su cui riversa un’attenzione affettuosa del tutto sconosciuta a Marek.
Paese di gente chiusa in corazze di egoismo sospettoso e xenofobo, cartelli che vietano l’ingresso agli zingari, Hodonína è lo sfondo gelido di un’esistenza piatta, ripresa con lenti movimenti di macchina orizzontali che danno al teatro della storia una fissità ottusa, un’immobilità  uniforme.
Marek, il suo cane Killer, gli skinheads e tutti i personaggi di contorno, ognuno a suo modo, sono portatori di una violenza sorda, sotterranea, che se non esplode intride comunque di sé ogni aspetto della vita sociale, come una tara genetica.
Un contesto di spettrale, monocorde disumanità sembra riassorbire nell’oscurità in cui si svolge anche il gesto violento, irreparabile, di Marek nei confronti del fratellastro.
Nulla interviene a cambiare nulla, la scena d’inizio è la stessa in chiusura, Marek riprende l’allenamento di Killer sullo sfondo livido dei filari di viti.
Entroterra agricolo di terra greve e miserabile, fermo nella celebrazione di liturgie e consuetudini (preghiere, altarini casalinghi, cattolicesimo di facciata) raduni neonazisti  di cui si dà notizia in tv ed esibizione muscolare dei membri del gruppo di Marek, tutto rimanda ad una realtà ambientale fatta di  regressione e deprivazione.
Torna alla mente quel “fascismo quotidiano” che Fleischmann  rappresentò con straordinaria  e inarrestabile tensione in Scene di caccia in Bassa Baviera nel 1968. Paesi dell’hinterland dove il vivere sociale è brutale convivenza di istinti e nevrosi, nulla che resti dell’arcadica visione della campagna fonte di sanità e buoni sentimenti, la violenza che si sprigiona è la più devastante, perché assolutamente inaccessibile a prospettive redentrici, esce come vapore dalle zolle e si disperde nell’aria.
Film che punta ad una presa sul reale fatta con stile semi-documentario/minimalista, ha però il suo limite in un intento didascalico fin troppo evidente, anche se abilmente sotteso dall’impianto fortemente ellittico.
La tensione deraglia a volte in enfasi, troppe le domande senza risposta, e la compattezza temporale (la storia si sviluppa dall’alba di un giorno all’alba del giorno dopo) si frantuma in un’iterazione di azioni che più che essenzialità visiva generano stanchezza.
La messinscena frontale della vita resta dunque fine a sè stessa, non produce rinnovamento linguistico, non è rivelatrice di per sè ma è filtrata da una regia troppo presente.
La catastrofe tragica è annunciata, ma è troppo attesa per creare brivido e catarsi.

Paola Di Giuseppe