Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Quello di Barbara è un Petzold in forma smagliante; prende tutta questa frustrazione,questa smania di escapismo e le amalgama in un film che solo sulla carta appartiene al “genere” cristallizzato da Le vite degli altri, vale a dire la Vergangenheitsbewältigung incentrata sull’ex Repubblica Democratica 

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DDR, estate 1980. Barbara (Nina Hoss) è un medico confinato in provincia dopo aver osato inoltrare richiesta di espatrio. Il suo fidanzato, infatti, è un uomo d’affari della Germania Ovest. Barbara viene dal grande ospedale Charité della capitale, e nei suoi modi distaccati e bruschi si coglie la classica Berliner Schnauze, acuita dalle condizioni pietose in cui versa l’appartamento assegnatole e dalle attenzioni interessate e asfissianti della Stasi locale, ben rappresentata da Schütz (Rainer Bock, volto statuario e fragile dell’autorità). L’unico a trattarla con gentilezza è il collega Andre (Ronald Zehrfeld), a capo della struttura ospedaliera. In sua presenza Barbara abbassa gradualmente le difese, anche se i contatti illegali col fidanzato e il progetto di scappare dalla DDR alla prima occasione disponibile le impediscono di aprirsi. Molto diverso il rapporto che instaura con Stella (Jasna Fritzi Bauer), fresca di – ennesima – fuga dal Geschlossener Jugendwerkhof di Torgau, un campo di lavoro per minorenni. Stella è incinta e desidera solo una cosa: tagliare la corda.

Un Petzold in forma smagliante prende tutta questa frustrazione, quest’aria tristanzuola dell’est e questa smania di escapismo e le amalgama in un film che solo sulla carta appartiene al “genere” cristallizzato da Le vite degli altri (2006), vale a dire la Vergangenheitsbewältigung incentrata sull’ex Repubblica Democratica. Gli elementi, in apparenza, ci sono tutti, dalla fotografia marroncina alla paranoia di Stato, dal bosco di betulle in stile scambio di spie alle Trabant. Ma Petzold, al solito coadiuvato in sede di sceneggiatura da Harun Farocki, manovra il genere come un cubo di Rubik e sforna una storia d’amore – trattenuto – screziata di unheimlich, di situazioni inattese e fiabesche, nere come la pece ma deturnate dall’ironia. Qualche esempio. La lezione di anatomia del dottor Tulp (1632) di Rembrandt che prende d’improvviso il sopravvento e c’illustra l’interiorità del personaggio di Andre, come farà anche un racconto di Turgenev tratto da Bozzetti di un cacciatore, oppure un incontro di stampo spionistico che si tramuta in un convegno amoroso, o una ragazza che entra nella tua camera d’albergo – dopo un convegno amoroso – e sfoglia con te un catalogo occidentale di gioielli e pietre preziose. Per tacere del vento brutale che accompagna le biciclettate di Barbara e che batte una spiaggia al tramonto immersa in un blu livido, d’oltretomba.

La forza del film di Petzold sta in queste sorprese architettate con i piedi ben saldi per terra. Per una volta, infatti, il regista non ricorre all’escamotage del sogno o della visione, arma non convenzionale di film come Die innere Sicherheit (2000), Gespenster (2005) o del televisivo Dreileben (2011) nonché materia prima di uno dei suoi lavori più intensi e compiuti, Yella (2007), anch’esso trainato dalla presenza superlativa di Nina Hoss. E per chi conosce il cinema del regista originario del Nordreno Westfalia, rivedere la sua attrice feticcio coinvolta in un dialogo tesissimo in macchina (proprio come accade in Yella) o intenta a pedalare verso l’incertezza (come nel magnifico Wolfsburg, 2003) sarà motivo di stupore e rassicurazione. Pur operando – orgogliosamente – secondo criteri industriali, Petzold ama infatti montare/smontare immagini ricorrenti, in stile politique des auteurs.

Barbara ha molte frecce al proprio arco: una fotografia seducente, una sceneggiatura ben congegnata, il tema pressoché inedito degli ospedali sotto la DDR (sfiorato ne Die Beunruhigung, 1981, del bravo Lothar Warnecke) e una regia che premia la viseità degli attori ma non manca mai d’inventiva nel mettere in scena gli eventi. A fronte di tutto questo si può sorvolare sull’avvio un po’ ingessato e sul ricorso a qualche cliché d’epoca. Sui titoli di coda, ennesima perla musicale recuperata da dj Christian: At Last I Am Free (1978) degli Chic.