Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Harmony Lessons mette molta carne al fuoco contaminando filosofia, scienza, religione musulmana, attraverso una lente di osservazione entomologica che si allarga a tutto l'esistente, piccole variazioni tonali sulla stessa sequenza accordale che non convincono affatto; 

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Inizia con due piani sequenza consecutivi il film di Emir Baigaslin, già da subito rivelatori di due forme contrastive che in modo programmatico ne costituiranno tutta la struttura. Aslan, tredici anni, insegue una pecora in uno scenario rurale dalle caratteristiche immediatamente simboliche, un muro sullo sfondo, un albero più vicino; la pecora scappa arrampicandosi persino su un breve tratto della parete per poi uscire fuori campo insieme al ragazzo in una sequenza che nella fissità assoluta del quadro, introduce i tempi dilatati di una sur-realtà ludica.

Pochi secondi e la pecora rientra in campo trascinata per le gambe da Aslan; il ragazzo la lega, la ferma con tutto il corpo e posizionandole un catino di metallo sotto la gola, la sgozza senza pietà. Con un breve salto temporale, il secondo piano sequenza mantiene la fissità del primo, avvicinandosi al ragazzo e alla pecora già scuoiata; segue la ritualità dei gesti di un lavoro quotidiano, dove Aslan fa a pezzi la carne dell’animale e la vecchia nonna con cui vive comincia a lavorarne la pelle.

E’ una progressione, quasi ritmica, che si ripeterà all’infinito; fissità dello sguardo, un’organizzazione dello spazio per “quadri” spesso di impostazione pittorica, e una dinamica che non di rado utilizza il fuori campo, inteso talvolta anche come extra-visione onirica, per introdurre uno slittamento di senso di matrice grottesca.

Alla violenza reiterata sul mondo animale (pecore, lucertole, scarafaggi)  non sempre connessa al rituale quotidiano del lavoro, ma ad una relazione più controversa tra osservazione entomologica e ordine creazionista del mondo, viene affiancato il percorso principale del film. Aslan appassionato di fisica e chimica, con ottimi risultati a scuola, vive in un villaggio Kazaco con la nonna in condizioni di semipovertà; il confronto con i compagni di scuola non è tra i migliori, questi, stretti intorno all’autoritario Bolat, non possono fare a meno di obbedire alle sue minacce che rivelano da subito un ordine della realtà basato sulla sopraffazione e sulla coercizione del più debole, dove il denaro è l’unica fonte di energia in grado di regolare tutti i rapporti.

Chi non si sottomette alle richieste di Bolat viene calunniato, picchiato, minacciato senza pietà. Aslan sconterà il suo autismo solitario con un isolamento estremo e sarà messo ai margini di qualsiasi iniziativa sociale. Da questo punto di vista, Harmony Lessons mette molta carne al fuoco contaminando filosofia, scienza, religione musulmana, con un procedimento molto simile a quello descritto in relazione alla sequenza iniziale della pecora, aggiungendo spesso un simbolismo surreale di non così difficile lettura.

Come per esempio la simmetria tra le torture ai danni degli scarafaggi messe in atto dalle ingegnose capacità tecniche di Aslan che costruisce addirittura delle piccole sedie elettriche ad hoc per insetti, con la violenza quotidiana e istituzionale, segno molto evidente di una prospettiva entomologica che si allarga a tutto l’esistente.

Non convince affatto in questo senso nè l’artisticità assertiva e monodimensionale dei quadretti, di fatto nuclei isolati, impermeabili, piccole variazioni tonali sulla stessa sequenza accordale, nè questo supposto rovesciamento della palpebra che spezzando la fissità dell’occhio verso aperture surreali dovrebbe, nelle intenzioni, rendere meno simmetrico il rapporto tra denotazione e connotazione; al contrario proprio questo elemento ci è sembrato il sintomo di una vera e propria sutura, una trappola per lo spettatore, un modo non troppo convincente di barare con lo spazio e con il tempo per via di un sabotaggio di  facile comprensione,  in virtù della sua ripetibilità e senza la possibilità che questo cambi veramente il nostro modo di guardare.

Michele Faggi