Berlinale 2013 – Panorama Dokumente – Roland Klick – The Heart Is a Hungry Hunter di Sandra Prechtel (Germania, 2013)

Scolastico, poco più che scolastico questo documentario incentrato sulla figura di Roland Klick, classe 1939, maverick riottoso del cinema tedesco anni Sessanta, Settanta e (in tono minore) Ottanta. Scolastico per come riassume la sua filmografia omettendo ben tre lungometraggi tra cui l’ultimo, datato 1989, e finendo per battere tasti arcinoti alle orecchie di chi, Klick, lo conosce già, la recensione di Simone Butazzi...

Scolastico, poco più che scolastico questo documentario incentrato sulla figura di Roland Klick, classe 1939, maverick riottoso del cinema tedesco anni Sessanta, Settanta e (in tono minore) Ottanta. Scolastico per come riassume la sua filmografia omettendo ben tre lungometraggi tra cui l’ultimo, datato 1989, e finendo per battere tasti arcinoti alle orecchie di chi, Klick, lo conosce già. Scolastico e poco incisivo per come lo intervista e lo riprende, spesso in contesti d’aula – il buon Roland campa da decenni insegnando cinema – senza arginare il suo narcisismo sbracato, anzi calcando fin troppo la mano sul mito del Grande Escluso, del cineasta selvaggio e fuori dai giochi il cui nome azzera qualsiasi ipotesi di finanziamento.

Peccato, perché Roland Klick è davvero una figura di culto rimossa dai libri di testo accademici e autorimossasi da graffe di comodo come quella del Giovane Cinema Tedesco col quale non volle mai avere nulla a che fare, pur avendo studiato a Monaco, nello stesso brodo culturale dei Wenders, dei Reitz e dei Kluge. Orgoglioso di non essere come quest’ultimo, che “gira i film per i signori che stanno nelle loro belle torri d’avorio”, Klick si è sempre fatto portavoce di un cinema di pancia, istintivo, escoriante, magari approssimativo e certamente fallimentare, se non in sala, al momento cruciale di convincere i produttori a imbarcarsi nell’impresa. Non a caso, la stragrande maggioranza delle sue pellicole è stata prodotta di straforo con soldi rimediati alla meno peggio, se non addirittura pescati dalle tasche del loro autore.

Sicuramente autoprodotti, ad esempio, i corti e mediometraggi degli esordi, nei primi anni Sessanta. Nel 1962 Klick, insieme a un crocchio di amici cinefili, diresse un goliardico ‘Diario di uno studente’ filmando la vita a Monaco con impeto e fantasia tali da sfidare, anche sul piano dell’originalità, i giovani turchi francesi della Nouvelle vague o i firmatari di Oberhausen. Seguì Ludwig (1964), con Otto Sander scemo del villaggio in una Franconia di cave e campi brulli, poi nel 1968 il primo lungometraggio, Bübchen, film shock su un bambino che uccide la sorellina di due anni e viene coperto dal padre operaio. ‘Ometto’ non piacque a nessun critico, scevro com’era da qualsiasi ideologia o introspezione motivazionale: un cazzotto nello stomaco vagamente ispirato a un fatto di cronaca, prendere o lasciare.

Due anni più tardi Roland Klick ebbe l’intuizione da reparto psichiatrico di girare un western moderno – un po’ spaghetti, un po’ astratto – nel deserto israeliano, con un buono, un cattivo, un brutto (Mario Adorf, indimenticabile cialtrone) e una bella squinzia. Il risultato, Deadlock, resta un unicum nella produzione di genere tedesca e rischiò di rappresentare la Germania Ovest a Cannes nel 1971, ma anche in quel caso i salotti buoni intervennero per bloccare lo sdoganamento del selvatico parvenu nativo di Hof. L’apice della produzione klickiana è molto probabilmente Supermarkt (1973), con Charly Wierczejewski ed Eva Mattes, uscito in Italia come Razza padrona in pieno ciclone poliziottesco. Si tratta di un film urbano a base di criminali da strapazzo e troie da sbarco, malinconico e fascinoso, con una canzone indimenticabile (Celebration, scritta da Klick e Marius West) e un finale da annali.

Dal punto di vista drammaturgico, la carriera di Klick termina convulsamente a cavallo degli anni Ottanta con due storie di droga, musica e gioventù. Il leggendario produttore Bernd Eichinger aveva appuntato Klick alla direzione di Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, ma pressoché alla vigilia delle riprese il regista venne lasciato a bocca asciutta – forse per divergenze nella scelta del cast e per il rapporto troppo paritario con i giovani attori – e sostituito da Uli Edel, che sfornò un successo clamoroso. Tagliato fuori ancora una volta dai grandi giochi, e proprio in uno dei periodi di massima esposizione internazionale del cinema Wessi, Klick tentò di “superare” Christiane F. con White Star, pellicola notturna e berlinese che narra di un produttore cinematografico che fa di tutto per lanciare un giovane musicista. Purtroppo o per fortuna, nei panni del produttore piombò un Dennis Hopper più junkie della Christiane F. dei tempi d’oro, e le riprese furono un’esperienza da capelli bianchi. Il film, magnifico come gli altri citati finora, conquistò misteriosamente il Deutscher Filmpreis ma Klick fu l’ultimo a beneficiarne in fatto di credibilità e credito spendibile.

Il documentario di Sandra Prechtel racconta tutto questo, né più, né meno, mostrando senza dubbio alcuno le scene più belle dei film citati e rimpinzando il minutaggio con interviste ben poco succose a Sander, Mattes, David Hess e all’amico Hark Bohm. Sì, c’è Roland in persona e sì, non mancano vecchie foto di scena e frammenti televisivi dantan, ma il documentario commette il peccato mortale di non avere polso, di non ricreare il mood che rende imperdibili i film di Klick. Tanto vale vederseli nelle splendide edizioni dvd curate dalla Filmgalerie 451. Roland Klick – The Heart Is a Hungry Hunter è un’operina che poteva essere assemblata già vent’anni fa. È pronta oggi, nel 2013, e per la prima volta ha fatto sì che i proiettori della Berlinale illuminassero le labbra superbe e il volto ridanciano di un grande maverick. Questa, in ultima analisi, è la sua unica, meritoria funzione.

Simone Aglan-Buttazzi
Simone Aglan-Buttazzihttps://orecchietrovateneiprati.com
Simone Aglan-Buttazzi è nato a Bologna nel 1976. Vive in Germania. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dal tedesco e dall'inglese). Studia polonistica alla Humboldt. Ha un blog intitolato: https://orecchietrovateneiprati.com
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