Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Febbraio 14th, 2011
Berlinale 61 – True Grit di Joel ed Ethan Coen (USA, 2011)

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Prendiamo la Frances McDormand di Fargo, facciamole spuntare due trecce da Pippi Calzelunghe e armiamola, oltre che di pistola, di un’abnorme sete di vendetta. Al pari della sorniona poliziotta immersa nell’inverno del Nord Dakota, Mattie Ross (Hailee Steinfeld) ama la propria famiglia e intende agguantare i fuorilegge con le buone o con le cattive. Nella fattispecie, il bruto che le ha ucciso il padre. Siamo nel selvaggio West dell’Arkansas, anni Settanta dell’Ottocento, e lo schermo dei fratelli Coen stavolta tracima “grit”, sia nella forma di sabbia e graniglia, sia in quella, metaforica, del “grande coraggio” e della “grinta” che caratterizza la protagonista del film. Già, perché nonostante i riflettori siano tutti puntati sul pulcioso Rooster Cogburn (Jeff “Lebowsky” Bridges) e sulle testate fiocchino i giochi di parole tra “Dude” e “Duke”, a mangiarsi la pellicola non è l’US Marshal che la ragazzina assolda per acciuffare il marrano, bensì la ragazzina stessa. True Grit è il primo film dei Coen a vantare un’indiscussa protagonista femminile, per quanto circondata da uno stuolo di omoni che la sorpassa nei titoli di coda. Oltre al buon Bridges, Josh Brolin (orco ottuso e arruffato) e Matt Damon, impagabile nella parte del Texas Ranger vanaglorioso. Una tattica diversiva, quella dei Coen, che trova la propria origine nel romanzo di Charles Portis da cui il film è tratto, recentemente riedito da Giano. Più che un remake del Grinta (1969), il film di Hathaway che portò l’Oscar a John Wayne, True Grit è quindi un secondo adattamento del libro di Portis, più fedele al testo e meno preoccupato di far spiccare il cowboy stracotto con la benda sull’occhio – occhio sinistro per Wayne, occhio destro per Bridges, tanto per prendere ulteriori distanze tra due film, e tra due figure filmiche, lontani anni luce. Detto questo, i Coen cavalcano il testo di Portis in maniera sobria e puntuale, limitando al minimo invasioni di campo e zampate grottesco-surreali. Per gli amanti del genere, True Grit è un piattone di fagioli e cipolle servito al saloon, un western a base di sentieri selvaggi, cadaveri e compari, fiumi da guadare e proiettili dritti al cuore, Leon. Un film che tiene incollati alla sedia e regala un viaggio in uno degli immaginari più codificati e gloriosi della settima arte. La fotografia di Roger Deakins fa miracoli soprattutto di notte, nel mostrarci una corsa per la vita a cavallo sullo sfondo di un cielo stellato che sembra l’universo intero o quando, nell’oscurità incontrastata, si staglia una casetta fumante, un lumicino salvifico. Le musiche di Carter Burwell si concentrano invece sulla rielaborazione di uno standard, Leaning on the Everlasting Arms, che per intenderci è la canzone che Lillian Gish canta in veranda ne La morte corre sul fiume (1955) per non addormentarsi durante l’assedio “lupesco” di Robert Mitchum. I fratelli Coen ci mettono del loro in almeno tre occasioni molto vistose: la scena esilarante della contrattazione tra Mattie e un avido affarista, l’apparizione in mezzo alle sterpaglie (e sotto la neve) di un medico a cavallo infilato in una pelle d’orso integrale e quella di un bandito che si esprime solo a versi… animali. Trattasi comunque di dettagli che non zavorrano né connotano il film nel suo complesso. True Grit non ha nulla del parossismo idiotico di Burn After Reading (2008) o dello stralunamento shlemiel di A Serious Man (2009). È un film lineare e robusto che al massimo scende a patti con la favola nera, un film che sfodera una coda ambientata 25 anni dopo i fatti, ai tempi dei circhi à la Buffalo Bill, capace di scrivere un ennesimo, riuscitissimo epitaffio crepuscolare in tema di Grande Frontiera e di Grandi Narrazioni Morte e Sepolte. “Sei tu John Wayne?” – pare dire la protagonista davanti alla tomba di Rooster Cogburn – “E io chi sarei?”