Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Con La chispa de la vida, Álex de la Iglesia si confronta con i capisaldi del cinema che disseziona il meccanismo crudele della società dello spettacolo – Asso nella manica, 1952, di Billy Wilder, o Quinto potere, 1975, di Sidney Lumet – e lo fa con la salutare sfrontatezza che lo contraddistingue, 

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Il nuovo film di Álex de la Iglesia dovrebbe uscire in Italia col titolo La fortuna della vita, e per parlarne è proprio necessario tirare in ballo la sorte. Originariamente scritta dall’americano Randy Feldman e sviluppata da Jenette Kahn e Adam Richman, produttori esecutivi di Gran Torino (2008), la sceneggiatura si è arenata per mesi fino a imbattersi nel regista spagnolo, che l’ha adattata e messa in cantiere grazie all’entusiastico sì strappato a Salma Hayek. Da questo punto di vista, il film è almeno sulla carta uno dei meno personali dell’ex pupillo di Almodóvar, o perlomeno manca l’apporto in sede di scrittura dello storico collaboratore Jorge Guerricaechevarría (per la cronaca, assente anche dall’ambizioso “ritratto del franchismo con pagliacci” di Ballata dell’odio e dell’amore, 2010).

Alla trama si può solo fare un accenno, visto che l’incidente attorno al quale s’impernia – ovviamente causato da un’iperbolica zaffata di malasorte – merita di restare ignoto per chi non ha ancora visto il film. Roberto (Jose Mota) è un copywriter rampante alla disperata ricerca di un lavoro. I tempi in cui snocciolava slogan per la Coca Cola sono lontani e tutti sembrano averlo abbandonato, tranne sua moglie Luisa (Salma Hayek), per la quale intende organizzare un anniversario di matrimonio coi fiocchi. Dopo essersi beccato l’ennesimo schiaffo da parte del mondo pubblicitario, Roberto si mette alla ricerca del vecchio Hotel Paraiso di Cartagena – teatro della loro luna di miele – e al suo posto ci trova… un museo archeologico, costruito a latere di un teatro di epoca romana restaurato. Di lì a poco, l’antica arena diventerà letteralmente teatro di una tragedia moderna, versione parossistica e tristemente plausibile del famigerato circo mediatico.

Una volta sospesa, con un po’ d’impegno, l’incredulità nel vedere sposata la guapissima Salma con il ben più ordinario signor Mota, il film decolla nel giro di venti minuti e diventa un razzo. Con La chispa de la vida, Álex de la Iglesia si confronta con i capisaldi del cinema che disseziona il meccanismo crudele della società dello spettacolo – Asso nella manica, 1952, di Billy Wilder, o eQuinto potere, 1975, di Sidney Lumet – e lo fa con la salutare sfrontatezza che lo contraddistingue. Al solito, i riferimenti culturali esibiti da De la Iglesia vanno trovati nella televisione (in questo caso, il programma popolaresco Rumore rumore), ma ciò non toglie che nell’affrontare la morte in diretta e la relativa spettacolarizzazione il regista attinga a piene mani da un lucido cinismo già visto al cinema. De la Iglesia riesce inoltre ad arginare la caciara e a raffinare le proprie armi narrative, già mature nel film precedente (pur con la caduta di tono di un finalone fracassone), potenziando l’aspetto meno curato della sua filmografia (se si eccettua lo splendido Muertos de risa, 1999). Stiamo parlando del dato umano. La chispa de la vida si qualifica come un apologo “ferpecto” sulla dignità messa a repentaglio dalla dura lex sed lex dell’impoverimento coniugato alla guardoneria di massa. Fuor di metafora, quando non hai più nulla non ti resta che immolare il tuo stesso corpo sul primo altare che trovi, pur di alzare qualche spicciolo. Ed è la strada – l’ultima spiaggia – che tenta Roberto e che Luisa, moglie coraggio, riesce a vanificare evitando che suo marito moribondo monetizzi se stesso. La chispa de la vida è anche una lezione su come resistere alle malie degli snuff movie, altrove condannati in teoria ma celebrati in pratica. Ne sanno qualcosa Johnny Depp regista e quel furbastro di Alejandro Amenábar.

De la Iglesia riesce nell’arduo tentativo di imperniare un intero film sul punto di vista di una vittima “punita dal caso” che finisce al centro di un iperbolico panopticon. Si piange a catinelle, si ride grazie al consueto genio di De la Iglesia per il grottesco e gli aficionados della cinematografia spagnola godranno nel vedere il buon vecchio Santiago Segura nella parte di un emerito figlio di troia. Infine, per gli amanti della pubblicità e del filologicamente corretto, va ricordato che La chispa de la vida (‘La scintilla della vita’) è stato davvero uno slogan della Coca Cola, nel lontano 1980. Guardare per credere.

Álex De la Iglesia
La chispa de la vida
Spagna | Francia - 2011

Con Salma Hayek, Santiago Segura, Carolina Bang, Blanca Portillo, Nacho Vigalondo