Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il nuovo lavoro di Atom Egoyan è una sublimazione estrema di quel "here and after" dei suoi film migliori e manifesta le ferite del tempo come un continuo smarginarsi di immagini e riflessi nella geometria di interni Canadesi scolpiti nel vetro; fuori dalla totale indipendenza della Ego Film Arts sembra che Egoyan tenda a ridurre la sintassi più visibile di una scrittura "difficile" a favore di una complessità che sfrutta radicalmente la superficie di un cinema consumabile, svuotandolo dall'interno e puntando verso luci, volumi e oggetti come elementi di un dècor abitato da fantasmi 

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Il nuovo film di Atom Egoyan dopo la parentesi di Adoration, quasi un riavvolgimento sistematico sui luoghi del suo cinema, si riformula a partire da Where the truth lies, forse uno dei lavori meno compresi tra quelli realizzati dal regista Armeno-Canadese.

Fuori dalla totale indipendenza della Ego Film Arts sembra che Egoyan tenda a ridurre la sintassi più visibile di una scrittura “difficile” a favore di una complessità che sfrutta radicalmente la superficie di un cinema consumabile, svuotandolo dall’interno e puntando verso luci, volumi e oggetti come elementi di un dècor abitato da fantasmi.

Chloe è una sublimazione estrema di quel “here and after” dei suoi film migliori e manifesta le ferite del tempo come un continuo smarginarsi di immagini e riflessi nella geometria di interni Canadesi scolpiti nel vetro, vicini non solo allo spazio Cronenberghiano, ma anche ai mondi possibili e trans-apparenti di Robert Lepage.

Prodotto da Ivan Reitman con i capitali di Studio Canal, Chloe si appoggia ad uno script di Erin Cressida Wilson dall’apparenza fedele rispetto ad una sceneggiatura originale scritta da François-Olivier Rousseau, Jacques Fieschi e Anne Fontaine  per il film della stessa Fontaine noto come Nathalie e prodotto da Alain Sarde nel 2003. Egoyan, fuori dai vincoli del suo raccontare, fa reagire su questa superficie inerte una forza visionaria potente e allo stesso tempo impalpabile, dove le differenze con il testo francese emergono in un processo inesorabile di erosione e cancellazione di tutte le tracce verosimili e “visibili”.

Se Nathalie “esiste” anche in una relazione dello sguardo tra la Ardant e la Bèart nel locale dove questa si esibisce, Chloe scompare e appare in luoghi dove qualcosa  è già stato consumato, in un giardino dove persistono le tracce di una memoria falsificata, nel desiderio per gli oggetti e tra i fantasmi del desiderio.  Amanda Seyfried occupa quel confine alieno già attraversato più volte da Arsinée Khanjian, Sarah Polley, Mia Kirshner in quel diritto all’oblio e alla falsificazione esercitato come ossessivo perdersi e riappropriarsi.

Gli spazi di Chloe sono invasi da specchi, finestre, immagini di un ricordo disincarnato, ma diversamente da (quasi) tutto l’Egoyan precedente il dispositivo tecnologico, le (un)speaking parts, cessano di premere sull’aspetto combinatorio della scrittura  immergendosi nell’apparenza delle luci inventate da Paul Sarossy, simili e opposte per certi versi al ricchissimo debutto di Sarah Polley dietro la macchina da presa prodotto dallo stesso Egoyan.

In Away From Her l’illuminazione di Montpellier cancellava tutti i confini del quadro nell’eliminazione terribile del peso, anche visivo,  di qualsiasi memoria, mentre in Chloe l’abisso temporale si srotola sul forte contrasto delle sovrimpressioni e sul delinearsi di uno spazio chiuso, ferito da luci e corpi che perdono progressivamente persistenza. Ancora di più adesso, la forza del cinema di Egoyan risiede nell’occhio che genera e improvvisamente cancella memorie e Storia, invece che nel suo contrario come in buona parte del cinema contemporaneo di massa.

La riallocazione della memoria, lo slittamento delle identità, gli oggetti che cambiano di segno, quell’avvitamento palindromo del vedersi visti viene risucchiato nella sintesi feroce degli occhi di Amanda Seyfried o nella nuca di Julianne Moore semplicemente decorata con un fermaglio. Chloe sembra davvero filmato oltre la luce osservata da Sarah Polley in un tempo dislocato; dentro questa casa infestata il confine tra realtà, ricordo, fantasia e menzogna si fonde nello stesso spazio e rappresenta la morte come il volo di uno spettro che attraversa lo schermo.

Atom Egoyan
Chloe
USA, Canada, Francia - 2009

Con Julianne Moore, Liam Neeson, Amanda Seyfried, Max Thieriot, R.H. Thomson
Durata 96 min

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi