Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Febbraio 23rd, 2010
Daniel Schmid – le chat qui pense di Pascal Hoffmann e Benny Jaberg – Berlinale 60 – Panorama

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Avrebbe potuto crescere come il Danny Torrance di Shining, Daniel Schmid, nato nel Cantone dei Grigioni e vissuto per anni – gli anni della formazione – nell’hotel Schweizerhof, quattro stelle, di Flims. Lassù dove nemmeno osano le caprette e gli yodel si odono lontani e sbiaditi. E invece ha avuto tutt’altra luccicanza che l’ha portato prima alla Freie Universität di Berlino, poi a Parigi, a Monaco, a Tokyo e altrove. A fare il regista cinematografico e operistico. I documentaristi Pascal Hoffmann e Benny Jaberg, al loro primo film, ci raccontano vita morte e ossessioni del regista svizzero Daniel Schmid.

Prima di ritornare al proprio passato in stile Overlook Hotel col suo film più personale e felliniano, Hors Saison (1992), Schmid ha vissuto nella Berlino degli anni Sessanta la stessa epoca di libertà e di utopie che è stata Monaco per Edgar Reitz (raccontata nelle 25 ore di Heimat 2, 1992). Venne accettato nella stessa scuola di cinema che rifiutò Fassbinder, ma fu solo un successivo incontro con RWF a portare Daniel sul set. Cosa ci fai ancora a scuola, gli chiese Rainer. La scuola di cinema è una giustificazione per non fare film. Un’opinione, questa, che Werner Schroeter sottoscriverebbe subito, dato che uno dei suoi maggiori vanti è di essere diventato regista senza bisogno di attestati e pergamene. Schmid strinse un’amicizia burrascosa e duratura con Fassbinder, Schroeter, il direttore della fotografia Renato Berta e la sua diva, Ingrid Caven, da alcuni avventurosamente indicata come la “nuova Marlene Dietrich”. Correvano gli anni Settanta, e a Parigi Schmid visse il suo periodo d’oro, sia come metteur en scène libero e selvaggio, sia come attore occasionale (ha una bella particina da vittima di Bruno Ganz nell’Amico americano di Wenders).

Per la cronaca, l’esordio è lo strano horror infantile Miriam (1968), dalle atmosfere analoghe al Bübchen (1968) di Roland Klick, storia di un bambino omicida. Seguirono titoli come Heute Nacht oder nie (1972, contestato in quanto “borghese” e “fascista”), Schatten der Engel (1976, da una pièce fassbinderiana accusata di antisemitismo, e con RWF attore nei panni di un pappone), Violanta (1977, con Maria Schreider e Gérard Depardieu) e altri adattamenti letterari come Hécate (1982) e Jenatch (1987). Nel 1983 ha intervistato l’ottuagenario Detlef Sierk alias Douglas Sirk (mito tanto suo quanto di Fassbinder, anch’egli residente in Svizzera) nel televisivo Mirage de la vie, mentre nel 1984 ha diretto lo splendido cortometraggio Il bacio di Tosca, ambientato in una residenza milanese per cantanti lirici in pensione – e il documentario ne riporta due stralci da applauso. Un tumore alla gola e la morte di tanti, troppi amici dei bei tempi riportarono Schmid nel suo Cantone, in preda a tutt’altro umore rispetto a quello, gioioso, che aveva fatto da sfondo alle riprese montane di Violanta. Nel 1995 girò in Giappone un documentario sugli attori di kabuki (Das geschriebene Gesicht) e nel 1999 portò a Locarno la commedia grottesca Beresina oder die letzen Tage der Schweiz, che invece di garantirgli l’espulsione (o l’odio sotteso che dovette sopportare Max Frisch per tutta la vita), gli portò un Pardo d’oro alla carriera. Il suo ultimo progetto, rimasto incompiuto, sia chiamava Portovero (2005).

Hoffmann e Jaberg riescono nella missione non facile di raccontare un uomo, e una carriera (poco nota), senza mai cadere nell’agiografia o nel mero didascalismo. Le voci fuori campo dei due registi lo descrivono come il cineasta svizzero più importante della sua generazione, ma ciò che “fa” il documentario, ciò che lo motiva, è la strana qualità dell’universo di Schmid, il suo essere “lo Schroeter elvetico”, unito all’affetto che trasuda dalle parole di chi l’ha conosciuto. Per tacere del timbro di voce dello Schmid anziano, ridotto a un sospiro per colpa della malattia. Baffuto, ricciolino, sognatore e umorale, Daniel Schmid è il “gatto pensieroso” che ricorre nei suoi taccuini pieni di disegni e arzigogoli, un cineasta citato fin troppo spesso di riflesso, facendo perno più sulle sue amicizie che sulle sue opere. È vero che la commistione di romanticismo tedesco e opera italiana non è nuova, ed è meglio rappresentata dal regista – nonché personaggio – Schroeter, che nel documentario non rinuncia al suo cappello a falde larghe e alla sua retorica acrobata e birichina. È evidente che il binomio “l’artista germanofono e la sua musa” ricorda più Fassbinder e la Schygulla (o la Carstensen) che Schmid e la Caven. Dal documentario, tuttavia, emerge un profilo molto più sfaccettato e interessante del “regista svizzero” premiato a Locarno mentre il cancro lo stava portando via. Le chat qui pense riesce nella duplice impresa di restituirci il ritratto di un regista che credeva ancora all’arte per l’arte e di rendere questo ritratto umano, sentito, degno della nostra attenzione. Negli anni Novanta «Libération» chiese a Schmid perché faceva film. Lui rispose “per essere meno solo”.

Nel mostrare i vecchi dietro le quinte e le immagini della comune parigina, nell’inserire con pudore e misura le interviste a Berta, a Schroeter e Bulle Ogier, nel dare voce a Schmid nei diversi momenti della sua vita, i due autori imboccano la strada giusta e fanno, paradossalmente, un documentario di rara onestà su un regista famoso per le sue messe in scena artificiose e leccate. Grande assente sul banco degli intervistati la diva Caven, che tuttavia non ha perso l’occasione per farsi vedere alla prima, rubando la scena a tutti. Tra un lacrimino e un finto mancamento, tra un richiamo a Kleist e uno ai fotografi, la “nuova Marlene Dietrich” ha dovuto ammettere che il lavoro è venuto proprio bene. Hofmann e Jaberg, che l’hanno rincorsa invano per due anni di fila, l’hanno guardata con legittimo sospetto.


 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.