martedì, Dicembre 1, 2020

Effetti Collaterali di Steven Soderbergh

Nell’ipotesi che Contagion, uno dei film più recenti di Soderbergh, possa diventare un serial per Netflix, Scott Z. Burns, sceneggiatore del film e anche di quest’ultimo Effetti collaterali (Side Efects), parlava in una recente intervista di qualità “frattale”, un aspetto importante dal suo punto di vista perchè “ogni volta che viene considerato un personaggio, quando diventa come un virus, tutto può cambiare“. Ecco che l’effetto collaterale, sin dal titolo dell’ultimo film di Steven Soderbergh, lascia dietro di se la proliferazione di un sistema seriale che rispetto a quello che si rilevava in Contagion, radicalizza ancora di più l’automazione del dispositivo. Nel cinema di Soderbergh non mancano mai occhi elettronici, punti di vista disincarnati, meta-visioni che scardinano qualsiasi retorica meta-visiva perchè è proprio lo scollamento tra responsabilità soggettiva e macchina a spingere fuori le immagini dal recinto di sicurezza del narcisismo autoriale. Come nel Carpenter degli ultimi due lungometraggi, c’è nel cinema di Soderbergh una contrazione quasi impossibile di generi che ha ben poco a che vedere con la vertigine affettiva di origine Cinefila, siamo dalle parti di un sistema cognitivo che deturna, letteralmente, da una traccia all’altra, complicando la relazione tra cosa vista e cosa raccontata, tra immagine e memoria, ma soprattutto tra Cinema e le immagini residuali di un database che nega ogni volta la sua “oggettività” documentale, come i passaggi successivi di un “encoding”. E’ forse cinico Soderbergh? Nè più nè meno del nostro modo di esserlo quando ci illudiamo di trasformare l’esperienza di condivisione sui social network in un’esperienza connettiva; Side Effects è anche, nella misura in cui lo dicevamo di The Social Network, un’esperienza possibile sulla falsificazione del testo elettronico e sul modo in cui questo modifica la nostra percezione delle relazioni; le agnizioni in Side Effects sono accompagnate dalla verifica di un dispositivo che distrugge il precedente, anche in questo senso, il ricorso alla definizione di “racconto corale” per descrivere il cinema di Soderbergh ci sembra inesatto dal momento in cui i processi percettivi in gioco hanno una qualità disgiuntiva, proliferano per contagio e non si moltiplicano. Verrebbe in mente Sucker Punch, almeno in quella relazione tra “cutscenes” di valore espositivo (ne avevamo parlato da questa parte) e la disseminazione di queste in una serie di varianti ed estensioni possibili, desunte dall’architettura di alcuni Role Playing; In sucker Punch, per certa critica, l’immagine dopata e l’effetto collaterale sono accettabili nonostante una derivazione tutto sommato post-rave a rischio monodimensionalità, in Soderbergh no, perchè il suo cinema viene ritenuto freddo, privo di passione, e con un odio senza freni ai danni dei suoi attori, utilizzati come pupazzi con i quali costruire “fastidiosi esperimenti narratologici”; secondo questa “scuola” (e non finiremo mai di ripetere quanto le scuole-di-cinema ci stiano sull’anima) la Paltrow con il cranio scoperchiato dopo venti minuti scarsi di Contagion, il lavoro di sottile rovesciamento della fenomenologia legata ai personaggi interpretati da Rooney Mara proprio a partire dalla sua consueta liminalità borderline, Jude Law che diventa un automa mostruoso, Channing Tatum che scompare e ricompare in una posizione seriale diversa (come la Paltrow in Contagion) e via dicendo, non è altro che il lavoro di un cinico fabbricante di blockbuster (tra l’altro, la definizione, ci potrebbe anche piacere molto). Questione di “chimica” ?!!  Fermo restando che a partire dal 2014, dalla chimica passeremo definitivamente al digitale, noi non siamo d’accordo, anche perchè l’amore talvolta è più freddo della morte.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

ARTICOLI SIMILI

INDIE-EYE SU YOUTUBE

Advertisment

FESTIVAL

Irish Film Festa 2020. 18 corti in streaming gratuito

Il festival del cinema irlandese presenta 18 corti dal 27 al 29 novembre in streaming gratuito

Moving On di Yoon Dan-Bi: recensione

Il piccolo Dongju e la sorella adolescente Okju vanno a vivere nella casa del vecchio nonno insieme al padre, dopo la separazione dalla moglie. Primo film per la regista coreana Yoon Dan-Bi, racconto di perdita e di formazione visto al Torino Film Festival 2020

Lucky di Natasha Kermani: recensione

Natasha Kermani dirige Lucky, thriller che circoscrive l'aggressione contro una donna all'interno della propria casa. Nessuno prende la cosa sul serio e la grave minaccia mette in crisi certezze e razionalità. Visto al Torino Film Festival 2020

Casa de antiguidades di João Paulo Miranda Maria: recensione

Casa de Antiguidades è il primo lungometraggio del brasiliano João Paulo Miranda Maria. Antônio Pitanga, volto storico del Cinema Novo brasiliano interpreta Cristovam, anziano lavoratore costretto a trasferirsi dal nord al sud del Brasile. Il lavoro in una fabbrica di latticini all'interno di un'ex colonia austriaca acuisce un contrasto culturale e sociale che esploderà in una trasformazione radicale e irreversibile. Visto al Torino Film Festival 2020

Wildfire di Cathy Brady: recensione

Kelly torna dalla sorella Lauren in una città non precisata sul confine tra Irlanda del Nord e Irlanda del sud. Scomparsa per un anno cercherà di ritrovare le origini di un trauma insieme alla sorella, sulle tracce della madre morta e contro le convenzioni del luogo. Wildfire è l'esordio di Cathy Brady visto al Torino Film Festival 2020

ECONTENT AWARD 2015