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France Odeon 2012, L’incontro con Christian Vincent: Les saveurs du Palais è un film sul riconoscimento del proprio lavoro

Les saveurs du Palais era tra i titoli in programma nella prima giornata di France Odeon, il nuovo film di Christian Vincent (tra i suoi lavori La discrète, La séparation, Quatre étoiles) presentato in anteprima nazionale a Firenze, uscirà a Gennaio per Lucky Red con il titolo de “La cuoca del Presidente“. Ispirato solo in parte alla storia di Danièle Delpeuch, autrice di un libro di memorie intitolato Mes carnets de cuisine, du Périgord à l’Èlysée scritto nel 1997 e incentrato sugli anni trascorsi nelle cucine private dell’Eliseo come cuoca del presidente Mitterand, mette insieme alcuni aneddoti legati alla vita della Delpeuch inventandosi il personaggio di Hortense Laborie, interpretato da una notevole Catherine Frot, cuoca del Pèrigord come Danièle e  che come lei viene nominata responsabile della cucina personale del Presidente della Republica Francese. Vincent, con la produzione e la co-sceneggiatura di Etienne Comar (Des hommes et des dieux) costruisce come nel suo stile, una commedia classica di forte prossimità ai personaggi e alle loro azioni quotidiane, ricostruendo filologicamente una serie di ricette legate alla cucina locale come forma di resistenza ad alcuni principi di omologazione Europea. È un’idea evidentemente stimoltante per Vincent, quella desunta dalla lettura di un articolo di Raphaëlle Bacqué dedicato alla Delpeuch e pubblicato su “Le monde”, che gli consente di costruire un film per certi versi storico-politico in un’accezione tradizionalmente Renoiriana; la storia e il potere rimangono in una dimensione di irrapresentabilità, ma condizionano gesti e attitudini quotidiane, tanto che l’unica rappresentazione volutamente grottesca di quello che effettivamente non è mai successo nelle stanze della presidenza, ma che rientra nella possibilità di una lettura popolare e leggendaria dei fatti, è il teatrino finale che gli amici di Hortense stanziati all’antartide le dedicano con affetto in una scenetta dai caratteri goliardici. La preparazione del cibo, vero motore ritmico e visionario del film, è un segno ambivalente; da una parte rivendica la difficile sopravvivenza di una tradizione culturale e identitaria, non solo di un paese ma anche della memoria personale in relazione a quella collettiva,  dall’altra lega le azioni e il lavoro quotidiano delle persone ad una stratificazione complessa del potere, tanto che il film, in certi momenti, staccandosi dal contingente nelle sequenze di vertigine preparatoria, potrebbe benissimo essere ambientato alla corte di Luigi XIV. Christian Vincent, ospite della rassegna fiorentina dedicata al cinema Francese ha incontrato la stampa giovedi 1 Novembre 2012 presso il cinema Odeon, e ha risposto ad alcune domande sul film presentato al Marchè du Film dell’ultimo festival di Cannes e che in quattro settimane di programmazione in Francia ha raggiunto quasi un milione di spettatori.

 

Ci può dire due parole sul titolo del film?

Il titolo originale del film Les saveurs du Palais, gioca sul doppio significato della parola “Palais” che in Francese significa sia palazzo che palato.

Come è nata l’idea del film?

Nasce da uno stimolo di Étienne Comar, il mio produttore, dopo la lettura di un articolo su Le Monde scritto da Raphaëlle Bacqué e dedicato a questa cuoca; il pezzo delineava un ritratto molto preciso  di Danièle Delpeuch da spingerlo a propormi il film. Ovviamente mi sono documentato e sono arrivato al libro della Delpeuch, che non è limitato alle sue epserienze come cuoca del presidente ma è un testo pieno di ricette e cultura gastronomica. Quello che è interessante è che Raphaëlle Bacqué è una giornalista che si occupa di politica e non di cucina. Ci tengo a dire che Étienne Comar figura come co-sceneggiatore per aver contribuito all’idea originaria, ma la sceneggiatura è interamente mia, di fatto Comar è il produttore del film.

Può parlarci del binomio gastronomia e potere che sembra un elemento portante del film?

Vorrei premettere che il nostro desiderio era quello di aderire il più possibile alla storia reale, ma allo stesso tempo nel film quello che si vede può essere considerato tutto vero e tutto inventato; mi interessava alla fine osservare il potere da dietro le quinte, dai luoghi della cucina appunto, un potere onnipresente e quasi sempre invisibile; lo stesso presidente appare e scompare, come se dal punto di vista del film si potesse spiare la forma di un potere che sfugge, che è pervasivo ma che non si vede immediatamente. Tutto questo era molto difficile da rappresentare ma ci ha spinto a non ricercare un attore che incarnasse in modo letterale un presidente. Nel film, il presidente ha appunto non più di quattro scene, arriva dopo circa mezz’ora dall’inizio del film e totalmente a sorpresa. La ricerca di un attore adatto ad interpretare il presidente, che doveva rispettare l’idea di un uomo di grande cultura e intelligenza non poteva passare da attori che si erano già cimentati in un ruolo simile o che addirittura avevano vestito i panni di Mitterand; per me era importante creare una sorta di effetto shock legato alla prima apparizione del presidente; se avessi utilizzato un attore tradizionale, a cui il pubblico era abituato, non avrei ottenuto questo effetto. Questa idea mi è venuta quando ho visto un documentario realizzato da Barbet Schroeder sull’avvocato Jacques Vergès (L’avocat de la terreur), personaggio dal passato politico ambiguo e complesso e dove si percepisce in modo forte la dimensione della sua intelligenza. Quanto ho visto il documentario ho pensato che mi interessava restituire questa idea di potere e che stavo cercando una figura simile, in questo modo dopo un’attenta riflessione siamo arrivanti a Jean d’Ormesson (N.d.r. scrittore e giornalista politico di fama internazionale, ex direttore di Diogène e Le Figarò) che tra l’altro ha scritto in passato articoli di fuoco contro Mitterand mentre questo era al potere. I due si vedevano spesso nonostante i contrasti e l’ultimo giorno in cui Mitterand è stato presidente e ha consegnato la staffetta del potere a Chirac, si dice che Jean d’Ormesson sia stato l’ultimo degli invitati a rimanere con lui. D’ormesson quindi potrebbe anche non essere Mitterand nel mio film, perchè pur essendoci una serie di riferimenti e di dettagli molto precisi, il presidente non viene mai nominato. Tra l’altro D’Ormesson, quando ha cominciato a lavorare sul suo ruolo, mi ha detto di non essersi concentrato su Mitterand quanto su suo pardre, (N.d.r. André Lefèvre), noto ambasciatore e diplomatico, del quale aveva ricordi molto forti nella sua rappresentazione ufficiale della Francia all’estero.

Lei ama molto cucinare, che tipo di cucina preferisce e soprattutto, nel personaggio interpretato da Catherine Frot c’è qualcosa che le appartiene?

Amo tutta la tradizione culinaria del mondo, e sono sempre molto curioso a riguardo. Si effettivamente c’è molto di me nel personaggio interpretato da Catherine Frot; quando avevo 14 anni pensavo di diventare un cuoco, ma per fortuna ho abbandonato l’idea; chi non ama il mio cinema tende a dire che sono migliore come cuoco invece che come regista. Al di là di questo, ho sempre amato i cuochi e penso ci sia qualcosa di simile nel nostro lavoro e nei nostri percorsi comuni, sicuramente l’idea di un lavoro fatto in equipe. In questo senso i ruoli di Hortense (Catherine Frot) e del suo assistente Nicolas (Arthur Dupont) mi interessavano anche per il loro aspetto combinatorio; mi riferisco al menu e alla sua costruzione, strutturato con una parte principale, una centrale e una fine, secondo principi di equilibrio e con un’idea di progressione che metta insieme gusto, colore e sapore. A volte questi elementi non si sposano cosi bene, e l’idea di visualizzare tutto questo mi interessava molto; l’obiettivo di un cuoco, alla fine dei conti, è quello di far piacere le sue cose alle persone, e anche io cerco di finalizzare questo obiettivo; si è sempre curiosi di vedere le reazioni di chi riceve le nostre cose. Amo tutta la gastronomia e mi piace tutto il cinema, dal cinema, come dalla cucina mi aspetto cose diverse, a volte di essere sorpreso, a volte di trovare conforto o di essere semplicemente rassicurato, altre volte ancora di assaggiare e quindi di rischiare; l’atteggiamento nei confronti della gastronomia in questo senso credo sia simile a quello che si può avere nei confronti del cinema.

…anche per questo forse si desidera che il film non finisca più e che si possa magari passare direttamente dalla sala alla tavola?

Posso dire che a Parigi in effetti una cosa di questo tipo è successa per davvero. Durante l’anteprima del film programmata al Balzac, sono stati coinvolti alcuni grandi chef per l’organizzazione di una serie di portate da offrire dopo il film agli spettatori. Un momento effettivamente indimenticabile, non è stato facile mettere insieme tre maestri della cucina, ma il risultato è stato magico.

Il finale del suo film sembra suggerirci che la burocrazia soffochi la libertà creativa dell’artista, che cosa ne pensa?

Si è vero, ma credo sia anche un film sulla gratitudine, o da un altro punto di vista sull’ingratitudine, ovvero sul valore e sul riconoscimento nei confronti del proprio lavoro. Quando ho saputo di questa cuoca, che dopo due anni di servizio all’Élysée, decide di andarsene in un’isola sperduta dell’Antartide, mi sono chiesto che diavolo le fosse successo, che cosa le avessero fatto di così terribile all’Élysée da spingerla ad andarsene così lontano dalla sua terra.

Che cosa c’è di vero e cosa di inventato nel suo film?

La parte storicamente aderente alla realtà è il suo viaggio verso un’isoletta dell’antartide per rimanere fuori dal mondo che aveva frequentato; quello che invece succede all’interno dell’isola è totalmente inventato, perchè i racconti di Danièle Delpeuch sulla sua esperienza in antartide non erano interessanti per me. Il mio intento era quello di costruire qualcosa sulla coesistenza di questi due periodi differenti della vita di Hortense, mi interessava l’opposizione tra una prima parte, dominata dalla forma, da una cucina impeccabile e di altissimo livello, da un servizio con i fiocchi e dall’altra una vita più dura, aspra, dove si è costretti a cucinare diversamente. E sempre per contrapposizione far vedere come l’esperienza all’Élysée fosse caratterizzata sostanzialmente dall’ingratitudine e dalla durezza d’animo mentre quella all’antartide accogliesse Hortense con l’affetto di una famiglia. Era per me necessario trovare questa angolatura, non mi sarebbe bastato parlare dell’esperienza di due anni all’Élysée. Per quanto riguarda la vera cuoca, Danièle Delpeuch, ha circa settantanni, ha partecipato con grande passione e coinvolgimento a tutte le fasi del film; quando lei viene assunta a servizio dalla presidenza Mitterand, durante il suo secondo settenato, non era una chef; trova un presidente stanco e debole e desideroso di ritrovare i sapori della sua infanzia, quello che in fondo desideriamo tutti noi. C’è un momento nel film che si riferisce a questo ed è la conversazione tra Catherine Frot e Jean d’Ormesson dove il secondo dice alla cuoca della deprecabile attitudine di guarnire alcuni piatti con delle roselline di zucchero che trova semplicemente detestabili; ecco anche questo è un episodio che corrisponde a fatti accaduti.

Il suo cinema e questo film in particolare mostra un forte senso di empatia con i personaggi, c’è una finezza di osservazione quasi à la Renoir, è d’accordo?

All’inizio Hortense è molto dura, ruvida, non desidera affatto farsi amare; è profondamente al servizio degli altri, la vediamo lavorare da subito ma non ci arriva di lei un’immagine immediatamente simpatica; quando la vediamo sull’isola è tesa e non vuol parlare con i giornalisti Australiani che vogliono indagare sulla sua vita. Ma gradualmente la si impara a conoscere e ad amare; la comprendiamo con tutti i suoi difetti con un forte senso di empatia perchè la vediamo agire in un habitat difficile ed ostile come quello dell’Élysée

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