domenica, Maggio 9, 2021

Hitchcock di Sacha Gervasi

In Psyco del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche: quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico. Credo sia una grande soddisfazione per noi utilizzare l’arte cinematografica per creare una emozione di massa. E con Psyco ci siamo riusciti. Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che lo ha sconvolto. Non è un romanzo che ha molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro”. Quando si esprime in questi termini con il suo intervistatore d’eccezione François Truffaut (Il cinema secondo Hitchcock), Alfred Hitchcock ha ormai le idee chiare. Il successo – anche commerciale – di Psyco è ormai indiscutibile. Ma cosa accadde nei giorni delle riprese del thriller-horror più famoso della storia del cinema? In che modo dall’idea si giunse all’opera? Siamo alla fine degli anni ‘50. Reduce dal successo dello scoppiettante Intrigo Internazionale, Hitchcock è già in fermento. Alla ricerca spasmodica di una nuova idea da portare sullo schermo, il regista si imbatte in un libraccio dello scrittore Robert Bloch, un thriller di serie B che non sembra promettere più di qualche urlo a buon mercato. Nessuno sembra crederci. A partire dai guru della Paramount, che dal maestro del brivido pretenderebbero una rassicurante commedia gialla (come Intrigo Internazionale, appunto, prodotto però dalla rivale Metro-Goldwin-Mayer) o un dramma romantico sentimentale (l’inarrivabile Vertigo). Hitch si intestardisce, ci mette soldi suoi, si gioca la villa con piscina, gira negli studios della Universal e opta per un azzeccatissimo b/n per tagliare le spese. Cioccolato fuso al posto del sangue che cola mentre l’ignara Marion Crane sta facendo l’ultima doccia della sua vita. “Si stampi la leggenda”, direbbe John Ford. In Hitchcock, il giornalista-regista britannico Sacha Gervasi parte da qui, circondandosi di un cast all star, che schiera i sempreverdi Anthony Hopkins e Helen Mirren accanto a Scarlett Johansson e Jessica Biel. L’obiettivo è scontato: mostrare il lato oscuro del genio, cogliere i riflessi dell’autore nell’opera, scoprire come le ossessioni private si trasformino in pubbliche virtù. Circoscritto un orizzonte temporale delimitato – dal successo di Intrigo Internazionale al trionfo di Psyco, con un Hitchcock ormai consacrato e all’apice del successo, approdato ormai anche sul piccolo schermo -, Gervasi sceglie come osservatorio privilegiato il controverso rapporto del regista con le donne. Da un lato le dee bionde che attraversano le pellicole del maestro, vittime-carnefici che si alternano in un siparietto morboso. Dall’altro la moglie Alma Reville, compagna inossidabile di vita e di set. Amante potenziale con le prime, bambinone bisognoso di cure materne con la seconda, cui invariabilmente ritorna, fra crisi di gelosia (in questo caso per uno sceneggiatore da quattro soldi, che seduce Alma per arrivare a lui) e brusche prese di coscienza. Qui la faccenda si complica perché le bionde di Psyco sono addirittura due. La devota e civettuola Janet Leigh (Scarlet Johannson-Marion Crane) e la più scafata Vera Miles (Jessica Biel-Lila Crane), nuova Grace Kelly mancata. Nel frattempo però Alma sembra essersi stancata di stare sempre alla finestra. I propositi sono buoni e la prospettiva non manca di interesse (non uno stantio biopic, ma un’istantanea impressionista), eppure il film cade vittima del suo stesso protagonista, come non riuscendo a sottrarsi all’accumulo di aneddoti già macinati e alla riproposizione del making of delle scene più note (da Marion che fugge in auto all’immancabile doccia, fino al primo incontro fra Lila e la signora Bates), arrendendosi di fronte all’improbo compito di dire qualcosa di nuovo sul regista su cui forse più è stato scritto nella storia della letteratura cinematografica (paradossalmente, mentre Hitchock – al di là delle immancabili nevrosi – rimane un estraneo, la più familiare finisce per essere proprio Alma). La vicenda resta però inserita nelle solide coordinate di un film dall’impianto profondamente teatrale, che progredisce attraverso i momenti di incontro-scontro fra i caratteri (il triangolo principale e qualche figura di contorno) e rinuncia a trovare un ritmo proprio – ondeggiando fra commedia ironica, approfondimento psicologico e ricostruzione d’ambiente – come sperando che la messa in scena di un’esistenza straordinaria basti da sola a giustificare l’impresa.

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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