giovedì, Settembre 16, 2021

I Giorni della memoria – 1/8 – Shoah di Claude Lanzmann (Francia, 1985)

I film di Lanzmann ci trasmettono la Shoah rendendoci testimoni, cioè responsabili”, così Beppe Sebaste su l’Unità, 16 settembre 2007, in occasione dell’uscita del cofanetto nella collana Einaudi, Stile libero DVD, contenente il film e il testo integrale dell’opera con prefazione di Simone de Beauvoir, un’intervista al regista e un intervento di  Moni Ovadia.
Uscito nel 1985, trasmesso in Italia nell’’87 in quattro serate da Fuori Orario, ma quasi sconosciuto al grande pubblico fino al 2007, il capolavoro di Lanzmann, con le sue nove ore e mezzo di riprese dei luoghi e registrazione delle parole di superstiti e testimoni, ci mostra l’indicibile, ci conduce sui luoghi così come sono ora, mai un’immagine di repertorio, nulla dell’enorme quantità di documenti registrati all’epoca né il minimo tentativo di far presa sull’immaginario con   fiction e ricostruzioni. Claude Lanzmann, regista, filosofo e scrittore (ha diretto con Jean Paul Sartre la rivista Les temps modernes), è riuscito in un’impresa titanica durata undici anni, restituire alle parole tutta la loro carica dirompente di scandalo della sopravvivenza. Ha fatto parlare tedeschi e polacchi, superstiti dei Sonderkommando e vecchie SS a riposo, alcune fra le vittime sopravvissute, ma soprattutto ha collocato tutti nel loro presente, abolendo la distanza con quel passato definito “rappresentazione impossibile” e “buco nero dell’ermeneutica”. Nelle interviste rilasciate il regista usa spesso il termine “incarnazione”, unica possibilità perché si possa continuare a parlare dell’indicibile: All’inizio non volevo andare in Polonia. Per me era solo il luogo della morte. Ho cominciato a lavorare a film nel 1973, e ci ho messo anni a decidermi ad andare. Arrivato a Varsavia noleggiai una macchina e andai a Treblinka, a un’ottantina di chilometri. C’erano targhe commemorative, non fui particolarmente commosso. Girai in auto nei dintorni, incontrai villaggi, persone, alcune delle quali evidentemente abitavano già lì nel 1942, quanto tutto iniziò. E questo pensiero fu uno choc. E incontrai un villaggio che si chiamava Treblinka. Lo attraversai, arrivai alla stazione, il cartello diceva proprio quel nome, “Treblinka”. Mi sembrava impossibile che esistesse davvero. Fu il vero detonatore: esplosi, letteralmente. La verità era diventata vera, cioè incarnata, nell’incontro di un nome e di un luogo. E presi la decisione di girare al più presto: era l’inverno 1978, cominciai le riprese l’anno seguente. (( Gli interventi di Claude Lanzmann sono tratti dall’intervista in prefazione al libro allegato ai DVD, ed. Einaudi 2007. ))
Lanzmann riprende luoghi solitari, radure incolte e campi ben coltivati, verdi corsi d’acqua e filari di alberi, sullo sfondo il campanile di qualche paese, villaggi, ricordi lontani di antichi shtetl, realtà sociale e urbana multietnica creata dagli Ebrei nel cuore dell’Europa dopo la grande fuga dalla Reconquista Española, allorchè le armate cristiane di Isabella di Castiglia, nel ‘400, riportarono l’ordine in Spagna, con la croce e con la spada. Case un tempo di ebrei e ora abitate da nuovi proprietari, é la normalità di un mondo in cui si è aperta una voragine per l’inferno e poi si è richiusa. I volti di quelli che tornarono non sono quelli di “sopravvissuti”, sono molto altro: Sono individui tornati dall’aldilà della soglia del crematorio. Erano tutti destinati a morire e sono sopravvissuti per un miracoloso concorso di coraggio e di fortuna.  Ne sono coscienti al punto di non dire mai “io”. Sono i portavoce dei morti.
Le riprese dei lager indugiano su campi coperti di ampie macchie di neve, allora era l’inverno del ’42, ’43, ’44, i corpi venivano sepolti lì sotto, “disposti come aringhe, per testa e per piedi”, all’inizio, quando si usavano i camion a gas per ucciderli, solo in seguito si cominciò a bruciarli nei forni, dopo le docce a base di Zyklon – B. Sfilano facce, sono quelli che videro, una galleria di nomi ebrei, polacchi, ceki, o voci anonime di artigiani del posto e contadini che pascolavano mucche a poche centinaia di metri dal bordo dei campi di sterminio. A tutti Lanzmann strappa un frammento di verità, e l’immemorabile e l’indicibile riprende  i suoi connotati, dissepolto dall’inflazione memoriale che l’ha soffocato: Le nostre lacrime e le nostre sofferenze annegate in un oceano di annotazioni e racconti…
Lanzmann, unico, ha ascoltato  questo grido e ha cercato solo la verità, che è semplice ma difficile da dire, e la strada non poteva che essere questa. Il film è costruito “in absentia” – dice – sul nulla, sull’assenza di tracce. Il regista fa seguire le parole dalla cinepresa che gira fra le baracche superstiti, le recinzioni, i muretti e le aiuole gelate, resti di neve  ghiacciata nel silenzio profondo del posto. Fra i rami scheletriti di pochi alberi dai tronchi neri appare a distanza una torre, un edificio dal tetto piatto, un camino … E’ mai possibile parlare dall’inferno, testimoniare dal seno stesso delle fiamme che annientano il testimone? aveva chiesto Shohana Felman. Shoah riesce  a fare di più, l’inferno ce lo riporta sulla terra, lì dov’era stato costruito, e dopo ci si sente testimoni anche noi.
All’inizio ero rigido sul modo di vedere il film, volevo che avvenisse solo al cinema e tutto di seguito. Col tempo mi sono reso conto che il film è abbastanza forte per sopportare qualsiasi condizione e contesto, perfino a pezzi. Certo, vederlo dall’inizio è meglio. Quando due anni fa il film fu trasmesso in televisione da France 3 tutto di seguito, a partire dalle 21 (con l’unica interruzione del notiziario di mezzanotte), vi fu un’audience formidabile, e ancora alle sette del mattino c’erano due milioni e mezzo di spettatori. Fu un atto notevole di solitudine volontaria. Un’amica cineasta, Claire Denis, mi telefonò per dirmi l’emozione di vedere il sole alzarsi mentre continuava a vedere Shoah… La circolarità del film è il suo tratto distintivo, il tema di Shoah è la “radicalità della morte”, dunque la fine di un’idea di  linearità che si componga di un prima e di un dopo e che risponda ad un rapporto logico di causa/effetto. Il cerchio racchiude un’area e in quell’area c’è un centro, un Maelström che risucchia. I testimoni, più o meno attenti, più o meno commossi, parlano, i sopravvissuti raccontano, ma …

Shoah è un film sulla radicalità della morte e non sui sopravvissuti. La sopravvivenza è un’altra storia. Ed è anche per questo che i sopravvissuti non si riconoscono in Shoah. Ma nulla di tutte le innumerevoli parole che s’intrecciano a commento, plauso ed esegesi può dire l’immensa forza di queste nove ore e mezzo di immagini e parole. E’ l’oralità la forza più dirompente di questo film, una trasmissione orale/aurale che non dà tregua, un libro possiamo chiuderlo, smettere di leggere, una voce ci insegue, una faccia la vediamo e gli occhi non li dimentichiamo. Per meravigliosa che fosse la fede nel documento scritto, Shoah dimostrava come occorresse ristabilire la testimonianza orale. Un viaggio di undici anni, chilometri e chilometri nei luoghi dove la vita continua con i suoi ritmi giornalieri, le acque scorrono e gli alberi hanno ancora foglie, i bambini giocano in strada e i vecchi prendono il sole sulle panchine d’estate.Luoghi di un presente immemore teso su un passato immemorabile, perché … … l’ordine che governa e scandisce il film è quello dell’immemorabile:l’evento disumano, di cui peraltro sono stato contemporaneo, viene ributtato, per la sua stessa disumanità, e il terrore che ci ispira, a una distanza siderale, in un “in illo tempore” quasi leggendario, é come esterno alla durata umana.

Non è successo, non è potuto succedere quarant’anni fa! Maior et longinquo reverentia: senza la distanza e l’orrore – la distanza nata dall’orrore – il racconto di Shoah, al contempo presente e immemorabile, puro racconto etico della tragedia, non può né accadere né incominciare.

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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