Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

14 Settembre, 2009
I premi di Venezia 66: leoni in gabbia

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huppert_whitematerialNiente da dire sulla selezione di Venezia 66; a più riprese abbiamo evidenziato il coraggio di concentrare entro i confini del concorso i titoli più interessanti tanto da spingere in una posizione di retroguardia (tranne pochi episodi) le sezioni parallele presenti con una manciata di titoli di livello ma senza nessuna grande sorpresa. L’assegnazione dei premi non ha restituito l’immagine di un quadro cosi anomalo e stimolante, lasciando fuori quasi tutti i titoli più estremi e generosi; è il segno di una tendenza che dovendo fare i conti, anche comprensibilmente, con una risposta di tipo istituzionale, offre l’immagine di un cinema addomesticato, pronto per la distribuzione internazionale, confezionato appositamente per i festival; è una diversa forma di globalizzazione, non meno nociva e  che si lega a certi circuiti d’essai, ad un certo tipo di cinema “intelligente”, alle forme di un’autorialità standardizzata che a nostro avviso è ben rappresentata da un film  innocuo come Lebanon e in modo ancora più preoccupante dal cinema negativamente furbo e consolatorio di Fatih Akim che con Soul Kitchen firma uno dei suoi film peggiori. In questa cornice iniziale anche il premio al debutto di Shirin Neshat solleva qualche dubbio; Women Without Men è un’opera prima sicuramente interessante ma spaccata in due dalle medesime incertezze; annegata in un decor accecante è infestata da soluzioni visive potenti e sin troppo “belle”, queste lottano in superficie con una struttura narrativa temporale intima e politica davvero molto viva; il leone in questo senso è davvero in gabbia, e si dibatte per uscire da quei limiti che colpiscono in pieno il cinema di cui parlavamo sopra. E’ sicuramente il filo di una suggestione del tutto personale, ma anche la concentrazione sulla sceneggiatura di Solondz ci sembra figlia dello stesso metro di valutazione ovvero premiare la superfice dell’intelligenza; come abbiamo scritto, l’interesse di Life During Wartime è al di là delle sabbie mobili dello script, un whit deturnante che a Solondz serve per mostrare qualcos’altro di più feroce rispetto a dialoghi affetti da un pericoloso virus Alleniano. Il premio a Ksenia Rappaport ci è sembrato davvero fuori luogo, per rimanere in Italia avremmo visto bene Margherita Buy, che ne “lo spazio bianco” della Comencini è davvero straordinaria e sul filo di una sintesi perfetta della sua carriera, tic compresi; allo stesso modo non si capisce come sia possibile lasciar fuori una Huppert fisicissima nello splendido White Material di Claire Denis o la sorprendente reinvenzione del talento di Anita Linda nel bellissimo Lola di Brillante Mendoza. La Coppa Volpi ad un impeccabile Colin Firth non è sufficiente per spazzar via la totale assenza di cinema nel pessimo debutto di Tom Ford; ci è sembrata una scorciatoia senza sforzi rispetto (per esempio) alla vorticosa interpretazione di Nicholas Cage nel Bad Lieutenant Herzoghiano. Il premio Luigi de Laurentiis, opera del futuro al filippino Pepe Diokno ci trova tutto sommato d’accordo, Engkwentro è un’opera prima molto potente anche se attraversata da uno schematismo troppo marcato. Fuori dal risultato istituzionale rimane la morfologia di una mostra in trasformazione, una delle più sfuggenti e interessanti degli ultimi anni che è riuscita a mettere insieme i morti e i vivi di Romero, il metallo che diventa segno grafico nel nuovo Tetsuo di Tsukamoto, l’anatomia dell’inferno affettivo nel bellissimo Persecution di Patrice Chereau, i 36 punti di vista del palindromo Rivettiano, l’apocalisse pittorica di John Hillcoat nel sorprendente The Road, lo straordinario doppio Herzog. Nei prossimi giorni qui su Straneillusioni, senza l’ansia della scrittura quotidiana, continueremo a pubblicare nuovi contenuti su quello che abbiamo visto durante Venezia 66, recensioni, analisi, approfondimenti, contenuti multimediali.

Michele Faggi