lunedì, Aprile 12, 2021

Il nastro bianco – di Michael Haneke

La lampada del corpo è l’occhio; se dunque l’occhio tuo è puro, tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso, se dunque la luce che è in te è tenebre, quanto grandi saranno quelle tenebre! (Mt. 6:19-33)

E’ troppo distante l’occhio di Michael Haneke per riuscire a filmare le tenebre, la scelta di percorrere una via più ellittica privando lo sguardo di quella violenza persistente che assorbe quasi tutto il suo cinema, più di un cambio di rotta conferma in modo marmoreo le intenzioni di una drammaturgia della crudeltà regolata per le masse, un dispositivo innocuo che non riesce a detonare. La distanza dall’invisibile di un’intera comunità riformata è la stessa del suo artefice; riduzione dei segni, trionfo di un rigore di superficie, un bianconero che cerca la verità e la bellezza nella precisione del quadro o nella compostezza del taglio; il fuori campo ne “il nastro bianco” subisce un vero e proprio trattamento, scollato violentemente dal visibile non ha nessuna relazione con esso, è un mondo a parte, un motivo inerte che si ripete sempre identico a se stesso e dissemina tracce di violenza come apparizioni opache; sono livelli assenti l’uno all’altro connessi da una voce fuori campo semplicemente sovrapposta, senza che riesca a farsi occhio incarnato, tanto sembra provenire da un altrove lontanissimo. Del resto il maestro di scuola interpretato da Christian Friedel è un testimone passivo, risucchiato da un ordinamento sistematico della realtà è il prodotto di un immaginario univoco . E’ in effetti un film totalmente cieco l’ultimo lavoro di Michael Haneke; se la sospensione in un tempo rituale sradicato dalla sua sacralità è probabilmente vicina alle intenzioni di un cinema scientificamente algido, è questo scivolamento inesorabile nella posturalità di un’atmosfera cimiteriale che lo rende pericolosamente vicino alla forma statuaria delle figure che lo abitano. Sconfortante che una critica ormai narcotizzata dai dizionari con cento, mille, diecimila film da non dimenticare scomodi i modelli della cinematografia nordica; se si pensa all’avvitamento perturbante che colpice il tempo e la storia negli undici minuti di De nåede færgen, ad Haneke non ne bastano centoquaranta per ferirlo, il tempo. Le ambizioni antropologiche di Haneke da sempre sono una rappresentazione della superficie, molto simili alle pagine dell’Encyclopédie con cui gli uomini di Albert Spica soffocano a morte il libraio di The Cook the Thief His Wife & Her Lover, portano con se il germe di un cinema didascalico, quell’autorialità di facile collocazione benvoluta dai ministeri della cultura, uno dei volti peggiori del cinema di regime.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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