Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Abbiamo incontrato Wes Anderson il 12 Aprile alla Casa Del Cinema di Roma in occasione della presentazione di Fantastic Mr. Fox, il suo ultimo film realizzato con tecnica stop motion e in uscita il 16 Aprile in tutte le sale Italiane ; in giacca di velluto beige Mr Fox Style ha presentato la sua ultima avventura cinematografica rispondendo ad alcune domande; Claudia Fratarcangeli da Roma... 

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Per il cinema visionario di Wes Anderson (Royal Tenenbaum, Darjeeleng limited) Fantastic Mr Fox è il suo esordio nell’animazione più “pura”. Tratto dal bestseller per l’infanzia scritto da Roald Dahl (autore de La fabbrica di cioccolatoCharlie and the Chocolate) il nuovo film del regista Americano è un’immersione senza compromessi nella tecnica stop motion, utilizzata per raccontare l’idilliaca vita famigliare dei Signori Fox messa a repentaglio dal temperamento selvaggio del capofamiglia, stanco di una tranquilla esistenza bucolica e deciso a tornare alle sue vecchie abitudini come spregiudicato ladro. A dar voce ai protagonisti nella versione originale, gli attori George Clooney, Meryl Streep, Jason Schwartzman, Bill Murray e Willem Dafoe. Abbiamo incontrato Wes Anderson il 12 Aprile alla Casa Del Cinema di Roma; in giacca di velluto beige Mr Fox Style ha presentato la sua ultima avventura cinematografica rispondendo ad alcune domande.

Ci racconti l’origine del progetto, il suo interesse per il libro e la trasposizione per il grande schermo del lavoro di Dahl


Fantastic Mr Fox
,  (Furbo, il signor Volpe) è stato non solo il primo libro di Dahl che ho letto, ma anche il primo libro che ho posseduto. Mi piaceva tanto il signor Fox, un personaggio per certi versi eroico e un po’ vanitoso. E mi piaceva scavare. I miei fratelli e io eravamo fissati con i tunnel sotterranei. Dahl è uno scrittore straordinario, con una personalità che emerge in modo prorompente dai suoi scritti. Ho acquistato i diritti cinematografici del libro dieci anni fa dalla vedova di Dahl che ora gestisce il patrimonio del defunto marito. Prima di iniziare a dedicarmi alla sceneggiatura ho visitato la Gipsy House, la dimora della famiglia Dahl nel Buckinghamshire, in Inghilterra, dove lo scrittore lavorava in un capanno rustico in giardino. Sua moglie mi ha lasciato esaminare i manoscritti del marito. Ero solo con dozzine di bozze scritte a mano con schizzi a margine e ho avuto davanti agli occhi una visione d’insieme del suo modo di lavorare. In quel momento ho sentito più forte che mai la sua presenza. Ho pensato che scrivere lì la sceneggiatura sarebbe stato di grandissimo aiuto, la signora Dahl ha acconsentito e dopo alcuni mesi io e il mio socio sceneggiatore Noah Baumbach ci siamo trasferiti lì per due settimane. La permanenza in loco è stata fonte di grande ispirazione per delineare la mia visione d’insieme. Molti dettagli della sua vita hanno trovato posto nella storia e nel personaggio del Signor Fox. Probabilmente l’autore ha immaginato il personaggio come una visione animale di se stesso; perciò pur senza parlarne apertamente l’intuito ci ha portati a scrivere la vicenda basandoci su questo presupposto. Tuttavia nel libro non ci sono eventi a sufficienza per realizzare un lungometraggio, perciò sapevamo di dover lasciare molto spazio all’immaginazione. Ciò premesso volevamo scrivere qualcosa che speravamo Roald Dahl avrebbe trovato appropriato e consono alla storia che lui aveva scritto in prima istanza. L’obiettivo ultimo era ideare per lo schermo una storia di Roald Dahl. Abbiamo ampliato la vicenda non solo con nuove scene ma anche con nuovi personaggi. Tuttavia, quasi ogni riga, tutte le frasi pronunciate dai personaggi, sono presenti nella nostra storia. Abbiamo perfino usato i titoli dei capitoli del libro, come ad esempio: ‘Il Signor Fox ha un piano’.

Questo è il suo primo film di animazione, dunque non ha passato molto tempo sul set come generalmente accade. Come ha gestito questa nuova modalità di lavorazione?

Ho trascorso un quarto del tempo sul set, ma ho potuto dirigere il film ventiquattro ore su ventiquattro da qualunque luogo mi trovassi. Un film come questo è un processo lungo e molto focalizzato sui dettagli. Ci sono migliaia di decisioni da prendere, molto più che in un film live action, perché tutto è da creare. Le decisioni da prendere sono più articolate, non riguardano un singolo momento ma un’inquadratura intera e tutto è più complicato. Metà del processo cinematografico, quindi, ha riguardato il modo in cui realizzare il film, come gestire tutte le informazioni e come assicurare di rappresentare sullo schermo ciò che volevamo, dal momento che avevamo ventinove unità che operavano contemporaneamente. E’ pazzesco: sono abituato a una sola unità e, generalmente, già una mi fa sentire completamente sopraffatto. Ma i nostri collaboratori sono stati veramente eccezionali e siamo riusciti a cavarcela. Abbiamo messo a punto un sistema di e-mail, di invio delle inquadrature e anche di messaggistica istantanea dai vari teatri a ovunque io mi trovassi, potevo focalizzarmi su una particolare sequenza senza essere distratto da tutte le altre attività concomitanti. Ricevevo i giornalieri la sera tra le undici e mezzanotte, poi inviavo per e-mail a Londra le mie osservazioni sulle varie riprese. La mattina dopo, il team rivedeva i giornalieri con le mie note dopodiché mi scrivevano o telefonavano per informarmi dei programmi della giornata. A quel punto ognuno tornava al suo set per rimettersi all’opera e, una volta realizzata una nuova ripresa, ricevevo per e-mail le immagini da esaminare e commentare. Ho avuto la sensazione di aver maggior controllo su tutto quello che accadeva, ovviamente però tutto accadeva più lentamente. Questo film è stato per me un primo film, un’ esperienza unica rispetto ai live action. L’elemento di novità è stato proprio quello di lavorare con gli animatori. Ho imparato a conoscerli e a comprendere le loro personalità; l’animatore è un “mezzo- attore”, deve riuscire a rendere vivi i cosiddetti “pupazzi” attraverso tutta una serie di prove per conferire loro la maggiore spontaneità e fluidità possibile.

Lei ha un mondo estetico molto forte,molto evidente che torna sempre nei suoi film. La caccia alla volpe è una tipica specialità inglese su cui si sta anche discutendo molto, ma si ha come l’impressione che dietro l’ambientazione rurale ci sia qualcosa che in un certo senso richiami gli Stati Uniti odierni. C’è una frase in particolare detta da uno dei personaggi che farebbe pensare a ciò: “ Abbiamo peggiorato le cose, era meglio restarne fuori”,per caso è anche un riferimento al suo paese e a quello che ha fatto in Iraq?

Quando ho fatto vedere il film a uno degli attori che poi ha dato la sua voce a uno dei personaggi la sua reazione è stata quella di aver fatto un film segretamente politico e a me questo piaceva molto. In effetti nel film c’è qualcosa di anarchico, di comunista: il Signor Fox a capo di una comunity di animali ruba ai capitalisti, ai padroni delle fabbriche di sidro, di polli e di anatre e diventa leader di una campagna rivoluzionaria atta a dare voce agli oppressi. Se vi si possono leggere riferimenti alla politica americana e alla guerra in Iraq sicuramente non li ho inseriti in modo cosciente, ma non mi dispiace che qualcuno li abbia individuati.

La scena finale del saluto tra la volpe e il lupo era presente nel libro o è stata una sua invenzione?

E’ stata una mia invenzione. La considero una scena madre, è una delle mie preferite; c’è sicuramente del simbolismo in questo saluto a zampa chiusa tra i due predatori, ma non saprei spiegare il perché, preferisco sia la scena a parlare da sé perché a mio avviso rappresenta il centro del film.

Nell’era del 3D lei utilizza una tecnica più tradizionale come la stop motion. Come mai una scelta di questo tipo?

Ho visto Avatar e l’ho trovato stupefacente, tuttavia il 3D non ha su di me una particolare attrattiva. Mi è sempre piaciuta la stop motion, tanto che in passato ho incluso numerose sequenze realizzate con questa tecnica nel film Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Mi piace il senso di magia che sprigiona, il fatto che il processo sia manuale e quindi richieda una notevole abilità. Non sono un fan delle immagini realizzate con il computer. L’estetica della stop motion permette di usare moltissime texture e piccoli oggetti manufatti e tutti i miei film sono pensati e prodotti in questo modo, con ogni dettaglio pensato e valutato. Per lavorare così, la stop motion è il mezzo perfetto.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando ad una nuova sceneggiatura, ma poiché sono agli inizi e non so come procederà, se si realizzerà o meno, non posso dire più di tanto.

Claudia Fratarcangeli