giovedì, Agosto 11, 2022

Io e te di Bernardo Bertolucci

Da 30 anni non giravo un film in italiano. Avevo voglia di sentir parlare italiano in un mio film, di lavorare con attori italiani e di girare in Italia.”

Io e te è il film del ritorno per Bernardo Bertolucci, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2012 e  nato originariamente per il 3D; il cambiamento di rotta è spiegato nelle note di regia: “Ho valutato l’ipotesi di girare in digitale, ma quel tipo di nitidezza incontrollabile per me era insopportabile. Fino ad allora non avevo mai capito quanta nostalgia per l’impressionismo è contenuta nel 35mm. Così, ho deciso di continuare a lavorare con la vecchia e cara pellicola”.

Una scelta che non dispiace, restituisce atmosfere conosciute di interni dove si accumula tutto quel che non serve più, che sia quel lontano appartamento à louer al centro di Parigi della coppia Brando/Schneider, o la cantina polverosa di un anonimo caseggiato romano di Lorenzo/Olivia, non fa differenza.
La solitudine e l’incontro hanno mille modi di rappresentarsi, basta che la mano di un Maestro del cinema decida di farlo e scelga l’atmosfera giusta.
Cinquant’anni di cinema e trenta fuori dall’Italia, un breve intermezzo, quasi inosservato, L’assedio del 1998, in una Roma metafisica, dove due solitudini s’incontrano in un naufragio che porta gli echi lontani dell’ Ultimo tango. Quindi di nuovo assente, fino a The Dreamers, 2003, ultimo film.

La malattia, l’immobilità, l’incapacità, per anni, di pensarsi di nuovo in gioco. Sentire lo spazio stringersi intorno, il corpo immobile sulla sua “sedia elettrica” (così il regista la presenta con malinconico humour nel making of di Io e te) e il pensiero che torna agli spazi infiniti delle sue città proibite e dei silenziosi deserti senza confini.
E tornare a Roma, com’è oggi, con quei ragazzi brufolosi, orfani di madri e padri, vivi ma regolarmente assenti, parcheggiati in scuole lontane anni luce dalle scuole problematiche, ma quanto diverse, del mondo di De Seta.

“Jacopo Olmo, i suoi capelli come quelli di Robert Smith dei Cure, quel faccino che mi ha fatto pensare un po’ al giovane Malcolm McDowell ma anche, misteriosamente, a un personaggio di Pasolini”.

Cosa sarà scattato in Bertolucci, durante gli interminabili casting, di fronte a questo nome?
Singolari alchimie del destino, Olmo Dacò, l’indimenticabile e giovanissimo Depardieu di Novecento, spunta da un’anagrafe reale ed è il nome del quattordicenne, attore esordiente, che dà vita a Lorenzo del film, ragazzotto introverso, studente di liceo che, almeno per una settimana, vuol vivere in pace con la sua musica e il suo allevamento di formiche. Ha bisogno di darsi un’identità, è un ragazzo autonomo e deciso, nessun profilo nevrotico, tutt’altro, è figlio di un tempo in cui bisogna ricostruire i sogni. Dove farlo? Nella sua cantina, polverosa quota condominiale di un gran palazzo, dove è raro che scenda qualcuno. Approfitta, per sparire, della settimana bianca della sua classe, a cui si è regolarmente iscritto.
Impossibile che la madre inutilmente apprensiva, il padre perennemente assente e la nonna all’ospizio si accorgano dei suoi traffici preparatori, oggi i ragazzi possono contare sulla disattenzione eretta a sistema, dunque tutto procede per il meglio e l’autodetenzione con provviste di scatolette e coca cola comincia.
Ma, come può accadere, il caso ci mette lo zampino, e piomba in cantina la sorellastra Olivia (Tea Falco), figlia di primo letto di un padre odiato, amato, ma, soprattutto, invisibile, in cerca di uno scatolone con le sue cose. E’ tossica, senza fissa dimora, ruvida e dolcissima insieme, un concentrato di disadattamento alla vita di superficie uguale a quello di Lorenzo, ma esplosivo tanto quanto implosivo è quello di lui.
Sono due estranei, quasi mai incontrati prima, una corrente di ostilità si stabilisce subito, ed è la difesa del proprio spazio vitale, quello che Lorenzo ha rubato a lei, nascendo dalla seconda moglie del padre, e quello che lei ruba a Lorenzo, imponendogli la sua presenza.
Dal romanzo di Niccolò Ammaniti (coautore della sceneggiatura con lo stesso regista, Umberto Contarello e Francesca Marciano) nasce un film in cui sentiamo scorrere una vena mai esaurita nel cinema di Bertolucci, l’incontro, lo scontro, la solitudine, ma come rinvigorita e resa più profonda da uno sguardo nuovo, che guarda al presente chiedendosi cosa sia successo in tanti anni, e cercando delle risposte.
Tra i due fratelli (perché questo alla fin fine sono) non è il legame di sangue di antica, bella memoria, a funzionare, avvicinandoli in un percorso sofferto, pieno di scontri e ostacoli.
Lorenzo e Olivia si scoprono astronauti di una cantina – astronave che sa dove andare (I think my spaceship knows which way to go), i Muse (Sing for Absolution) e i Cure (Boys don’t cry) sono dalla loro parte, il duetto David BowieTea Falco di Space Oddity, nella versione italiana su testo di Mogol, chiude una storia costruita tutta in funzione di questa scena finale, uno scarto improvviso rispetto al romanzo, il tocco di un Maestro del cinema che riparte da una cantina, con attori sconosciuti, guardando il mondo dal basso, dove si muovono le formiche. Per ricominciare.

Paola Di Giuseppe
Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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