Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

In occasione del 64ma Festival di Cannes abbiamo incontrato Joachim Trier per un'intervista face to face. Il regista norvegese era presente al festival con Oslo, August 31st nella sezione Un Certain Regard; l'intervista è di Sofia Bonicalzi... 

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In occasione del 64mo Festival di Cannes, abbiamo incontrato Joachim Trier, regista di Oslo, August 31st, presentato nella sezione Un Certain Regard. Il film racconta il difficile tentativo di tornare alla vita di un giovane norvegese che, dopo aver trascorso un periodo di cura in un centro di riabilitazione per tossicodipendenti, si reca nella città natale per partecipare ad un colloquio di lavoro e riallacciare i rapporti con gli amici di un tempo.

Il film è ispirato al libro francese Le feu follet, da cui anche louis Malle aveva tratto un film (Fuoco fatuo, 1963). Com’è nata l’idea di trasportare la storia a Oslo?

Per certi versi Oslo racchiude in sé un paradosso: io e il mio cosceneggiatore Eskil Vogt eravamo alla ricerca di un progetto da realizzare velocemente, nel tempo che precedeva l’inizio delle riprese del mio prossimo film [prima esperienza americana di Trier], ma al tempo stesso volevamo realizzare qualcosa di molto personale. Ci serviva una spunto da cui partire e, quando abbiamo scoperto che entrambi amavamo molto il libro di Pierre Drieu La Rochelle, abbiamo iniziato a lavorarci. In questo caso la scommessa consisteva nel trasformare una storia scritta da altri in qualcosa di intimo e personale, che trattasse un tema universale (non semplicemente la dipendenza dall’eroina ma una condizione di profondo disagio esistenziale) e al tempo stesso riuscisse ad essere molto specifica. Oslo tratta in fondo della difficoltà di rapportarsi al vita e al mondo e l’ambientazione gioca in questo caso un ruolo essenziale: la Norvegia ha conosciuto in questi anni una grande mobilità sociale ed è un paese relativamente ricco, in veloce cambiamento. Si respira in generale un clima di sradicamento e, talvolta, di smarrimento e di perdita. Provengo da una famiglia della classe media, alcuni miei amici sono diventati avvocati e professionisti di successo, altri si sono persi, hanno iniziato a fare uso di droghe. Oslo racconta la storia di un ragazzo pieno di talenti, assolutamente normale che, per ragioni imprecisate, forse imprecisabili, entra in un tunnel da cui pare impossibile uscire.

Che tipo di ricerche ha fatto?

Quando lavoro amo circondarmi dei miei amici, voglio conoscere la realtà di cui sto parlando: per me non avrebbe senso raccontare storie in cui il pubblico non possa identificarsi. Per Oslo io e Anders [l’attore protagonista] abbiamo parlato a lungo con i miei vecchi conoscenti e, in particolare, con un mio amico, uno skateboarder, che per anni è stato vittima dell’eroina.

Che differenze ci sono rispetto al libro e al film di Malle?

Rispetto al film di Malle, che trattava della dipendenza dall’alcool, il mio film è più fedele al libro, che racconta la storia di un morfinomane, ma se ne distanzia notevolmente per il clima. In ogni caso non ho fiducia nei semplici adattamenti, nel cinema è all’opera un tipo di immaginazione differente: nel mio film ci sono molti dialoghi e spesso in punti nodali della vicenda, ma vorrei che a parlare fossero soprattutto le immagini, la luce trasparente di Oslo, il lungo incipit silenzioso che ci trasporta direttamente nell’universo di Anders. Non mi interessava trasferire nel film quel romanticismo un po’ decadente che si respira nel romanzo, né riprodurre lo stereotipo del ragazzo drogato. Non ho voluto rappresentare Anders come una vittima della società: è un ragazzo che soccombe a se stesso e al futuro.

In questo senso ci sono delle analogie con Reprise, il suo primo film?

Sia Reprise che Oslo sono incentrati su una vicenda di amicizia. In Oslo questo non è immediatamente evidente, eppure ciò che mi interessava mostrare non era tanto la condizione di personale degrado di un tossicodipendente, quanto il dipanarsi di una serie di rapporti umani con vecchi amici e nuovi conoscenti. In questo senso una delle scene più importanti del film è sicuramente quella della conversazione al parco con l’amico, un confronto molto realistico fra due persone che non si vedono da tempo e che tracciano un bilancio sulle loro esistenze. In Reprise il futuro era aperto, ancora appartenente alla dimensione del sogno, in Oslo le illusioni sono cadute e non sembra esserci molto spazio per le speranze. In entrambi i miei lavori, comunque, al centro c’è il tema della comunicazione; mi interessano le questioni relative alla sociologia del linguaggio, le variabili che si inseriscono nei rapporti interpersonali: vorrei che i miei film aprissero uno spazio di discussione su queste problematiche.

Il suo prossimo film sarà girato in America, in che modo dovrà modificare il suo modo di lavorare?

Siamo ancora soltanto agli inizi, ma il mio prossimo film sarà molto diverso da Oslo e più vicino a Reprise: è una sorta di dramma familiare con molti personaggi. Per me questo significa soprattutto ampliare di molto la famiglia ristretta dei miei collaboratori.

Lei ha dichiarato che non potrebbe mai lavorare senza Anders:

Non l’ho mai fatto e sento che non potrei farlo: ho creato Oslo intorno al suo personaggio e ammiro molto la sua capacità di tradurre le emozioni attraverso piccoli gesti, per sottrazione, il suo modo di esporsi all’obiettivo con coraggio, mostrandosi forte e vulnerabile al tempo stesso. Siamo diventati molto amici sul set di Reprise e ritengo che nel mio ultimo lavoro incarni alla perfezione un ragazzo della vecchia Oslo che non riconosce più il mondo nel quale è cresciuto. E’ una condizione che appartiene anche a me, sono fuggito da Oslo diversi anni fa per trasferirmi a Londra e poi ci sono tornato, un po’ spaesato, per Reprise.

Il suo film ha anche una valenza documentaria, ci sono inserti fotografici e molte riprese d’ambiente

Sì, vorrei che il mio film fosse al tempo stesso un viaggio nella memoria della città e un’esplorazione del nuovo. Abbiamo girato in gran parte per le strade, sempre alla ricerca della luce giusta e con un budget piuttosto ridotto, senza la possibilità di bloccare le strade al traffico: centinaia di passanti hanno recitato come comparse improvvisate nel nostro film.

Quali sono gli autori cui fa riferimento?

Mi servirebbe una buona mezz’ora per rispondere, ma in generale amo gli autori che riescono a rappresentare una storia in un lasso di tempo limitato, trovo che questa capacità di condensazione sia estremamente interessante. In particolare potrei citare film come La notte di Antonioni, o i lavori di Rohmer e di Bresson. Sul mio modo di rappresentare la città e i rapporti sociali ha certamente influito il mio apprendistato a Londra e in particolare lo sguardo di autori come Ken Loach o Stephen Frears. In generale si tratta sempre di ispirazioni, non vorrei cercare di emulare nessuno, né riferirmi ad un genere specifico. Fin da bambino comunque ho visto moltissimi film, e i miei genitori lavoravano entrambi in quest’ambito, ricordo a memoria i film di Tati.

E suo cugino è Lars von Trier

In realtà dopo le recenti vicende [Lars von Trier è stato ufficialmente espulso dal Festival di Cannes per le sue affermazioni sull’Olocausto] e le dichiarazioni della madre di Lars [che avrebbe confessato al figlio la vera identità del suo padre naturale] non ne sono più del tutto sicuro: la vicenda è piuttosto intricata…fareste meglio a chiederlo a lui.