mercoledì, Novembre 25, 2020

Looper di Rian Johnson

Nel 2042 Joe di mestiere fa il looper. Attende in un campo di grano del Kansas che il crimine organizzato del futuro anteriore gli invii ad una certa ora un certo uomo da uccidere, legato e incappucciato, con ricompensa allegata. Nel 2070 il tracking degli esseri umani è efficacissimo e per disfarsi dei cadaveri è meglio ricorrere alle macchine del tempo, illegali e relegate negli squallidi scantinati della malavita. Una trentina di anni prima, Joe accoglie il malcapitato col suo schioppo e incassa la paga, ma sa che un giorno si vedrà recapitare sé stesso, inviatogli insieme a una pensione dorata, per chiudere così il loop della sua carriera criminale. Ovviamente, lungo una piega dello spazio-tempo, le cose non andranno esattamente come previsto. Rian Johnson, dopo la virata nella commedia con The Brothers Bloom, torna in parte ad ambienti e atmosfere noir del suo convincente esordio Brick (di cui ripropone anche il protagonista Joseph Gordon-Levitt), allo stesso tempo piegando alla propria interpretazione di quel mood il thriller fantascientifico e il sottogenere dei viaggi nel tempo, dove invece il primo film lavorava sullo scardinamento della rappresentazione dell’high school. Nell’operazione Johnson fa tesoro della formula che nell’ultimo decennio ha aperto la strada ai successi di Christopher Nolan: individua un meccanismo narrativo di grande effetto e dispone l’intreccio, distogliendo l’attenzione dalle zone grigie della trama grazie all’esecuzione magistrale di tutti gli altri elementi del film. “Se cominciamo a parlare di viaggi nel tempo, stiamo qui tutto il giorno e finiamo a fare diagrammi con le cannucce” dice il vecchio Joe al giovane Joe guardandolo negli occhi in una tavola calda del Kansas, e con lui Johnson ci chiede di abbandonare i ragionamenti sui paradossi di fisica quantistica e affidarsi alle poche e lineari regole dettate in questo universo finzionale. Accettata la sospensione di incredulità, Looper ci si rivela come una delle sci-fi più mature e interessanti degli ultimi anni. Johnson mette in mostra grande proprietà e misura nella messa in scena delle trovate visive (notevole quella che ha per protagonista Paul Dano) e gestisce in maniera impeccabile i tempi tra azione e dialoghi in un film che, coerentemente con le volute cronologiche del racconto, vive di accelerate improvvise e altrettanto improvvise distensioni, come nella seconda parte, giocata sull’attesa quasi western del duello finale, puntualmente e spettacolarmente disattesa poi nello schieramento delle forze in campo. Affatto banale anche rappresentazione del futuro votata al realismo e priva di stilizzazioni forzate e sensazionalismi. Tra abitazioni e strade più che ordinarie, gli sprazzi di progresso tecnologico si manifestano in chiave minore, facendo capolino in una manciata di gadget, nelle vecchie utilitarie taroccate coi pannelli solari e in qualche trucchetto telecinetico usato mestamente per far colpo sulle ragazze. Il film si dispiega tra il degrado cementizio e i dintorni rurali di Kansas City, avvilente e ordinaria metropoli periferica, sineddoche del declino statunitense verso la periferia del mondo, un universo in stallo cui i rapporti con la tecnologia dei viaggi temporali ha lo stesso passo routinario della continua riproposizione delle mode del passato. Le cravatte anni ’50 di Joe sono frutto di uno stanco loop autorefenziale e privo di sviluppi, proprio come le macchine del tempo utilizzate per chiudere vite su sé stesse e reiterare stancamente il ciclo della violenza. la fuga del vecchio Joe (Bruce Willis) dallo schioppo del suo giovane sé (Gordon-Levitt sovraccarico di make-up) è quindi il pretesto narrativo che spezza il loop su più livelli e innesca nel più giovane la consapevolezza e la volontà di sottrarsi all’eterno ritorno: fantascienza che genera situazioni per affrontare temi e interrogativi umani, come nella migliore delle espressioni del genere.

Alfonso Mastrantonio
Alfonso Mastrantonio, prodotto dell'annata '85, scrive di cinema sul web dai tempi dei modem 56k. Nella vita si è messo in testa di fare cose che gli piacciano, quindi si è laureato in Linguaggi dei Media, specializzato in Cinema e crede ancora di poterci tirare fuori un lavoro. Vive a Milano, si occupa di nuovi media e, finchè lo fanno entrare, frequenta selezioni e giurie di festival cinematografici.

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