venerdì, Agosto 14, 2020

Marija Pikić, la protagonista di Djeca incontra la stampa a Pesaro 48

Marija Pikić, splendida interprete di Djeca, il lungometraggio della Bosniaca Aida Begić che qui alla 48ma edizione del Festival di Pesaro ha fatto incetta di premi oltre a quello del concorso principale, ha incontrato in questi giorni la stampa per rispondere ad alcune domande sul ruolo di Rahima, la ragazza Musulmana da lei interpretata nel film della Begić, l’incontro è stato ancheoccasione di approfondimento su alcuni temi come quello dell’attuale situazione politica a Sarajevo, sull’eredità della guerra, sulla presenza dei fonamentalisti islamici e soprattutto sulla generazione di cui fa parte Marija stessa, uno dei livelli di analisi principale di Djeca anche nelle intenzioni della stessa Begić. Djeca, il cui titolo internazionale è “Children of Sarajevo”,  lo si potrà vedere anche in Italia, regolarmente distribuito a partire dal 1 gennaio del prossimo anno, con il titolo di “Buon anno Sarajevo“, la distribuzione che se ne occuperà sarà la Kitchen Film di Emanuela Piovano, all’interno di una “collana” – così l’ha definita la stessa Piovano – chiamata “Cinema UHT

La tua interpretazione è tutta incentrata sui silenzi, i movimenti minimi e un forte elemento tensivo, mentre il film si affida ad una mobilità estrema dei piani sequenza. Come sei riuscita a vivere intensamente il personaggio di Rahima?

Prima di cominciare vorrei ringraziarvi per il vostro interesse e vorrei portare i saluti di Aida Begić e di tutta la crew di lavoro del film. Per inziare volevo dire che io non sono Musulmana e non conosco cosi da vicino le circostanze che si sono verificate a Sarajevo, alcuni mesi prima delle riprese ho studiato molto per preparare il mio personaggio, e ho avuto un forte sostegno da parte di Aida. Sono stata a contatto con molti orfani di Sarajevo e sono andata a visitare tutte quelle istituzioni sociali dove questi ragazzini erano alloggiati. Il film racconta la storia di questi tre popoli della Bosnia e che non si conoscono più dopo la guerra, non ci sono stati ne vincitori ne vinti in questa guerra in particolare, si è trattato di un conflitto tra fratelli che appartenevano tutti allo stesso popolo. Il mio ruolo è stato possibile grazie alla preparazione fatta con Aida, che mi ha aiutato moltissimo, insegnandomi alcune cose fondamentali, come indossare il velo con naturalezza in modo che potesse essere una parte di me come personaggio.

Rahima ha un passato , ma non lo sappiamo esattamente, probabilmente una ragazza ribelle, lo capiamo da alcuni accenni nel film, ma ci sono pochi elementi. Tu come te lo sei immaginato il passato di Rahima?

La storia sullo sfondo del mio ruolo  è quella di una ragazza ribelle che in passato, nel corso degli anni del liceo,  ha causato molti problemi all’istituzione sociale dove è cresciuta insieme al fratello, per esempio uno degli amici che lei frequentava in quegli anni, è il ragazzo drogato che vediamo nel corso del film, durante un incontro dove le loro strade sono ovviamente state diverse. Rahima grazie ad una scelta di tipo religioso trova una strada diversa, in modo da poter dimostrare sia al fratello sia all’assistente sociale, un cambiamento importante nella sua vita. Il fatto di indossare il velo è un simbolo che indica il rifiuto del peccato e quindi la possibilità di essere un esempio per gli altri.

La Bosnia prima della guerra era un paese laico, durante la guerra nessuno ha aiutato il paese, nel novantatrè, alla fine  chi ha aiutato la Bosnia sono stati quei paesi che sarebbe stato meglio non l’avessero fatto, come L’iraq, il Qatar. In Bosnia  si vive una situazione strana adesso, dove si possono vedere ragazze vestite in modo succinto e altre invece che indossano indumenti secondo i dettami Islamici più estremi. C’è adesso quindi questa presenza fondamentalista che prima non esisteva, volevo quindi chiedere nella tua esperienza di cittadina di Sarajevo per qualche mese, che incidenza ha avuto, quello chehai visto, ovvero la presenza islamica fondamentalista in città?

Sarajevo appartiene ora alla federazione Serbo-Musulmana, questa è la sua appartenenza quindi è normale vedere per le strade le donne totalmente coperte, si ha la senzione netta che questa sia la cultura dominante, e non si tratta della mia visione, è un’impressione che coglierebbe chiunque arrivasse in questo istante in città. La storia del film si incentra sulla storia della mia generazione, quella che ha sofferto più di tutte per la guerra ed è stata una delle cose che Aida si è chiesta mentre scriveva il film, ovvero se nell’eventualità che possa esserci un’altra guerra, la mia generazione possa trovare una maggiore facilità nello spararsi addosso, perchè se ci si sparava prima che eravamo fratelli, adesso che non ci si conosce più chissà cosa potrebbe succedere, ecco una cosa su cui Aida voleva profondamente riflettere

A tuo parere se dovessero andar via le truppe dell’Onu pensi che scoppierebbe nuovamente la guerra o che quella ferita sarebbe sanata?

Come dire, in un certo senso la popolazione si è abituata a vincere entro questi confini e le forze di pace non si notano più come succedeva durante i novanta, è come se si fossere inserite nelle istituzioni  e non fossero più cosi visibili come nel momento del conflitto. Ovviamente le nuove generazioni come quella a cui appartengo io, credono che non ci sarà più una guerra, anche perchè la nostra generazione non è più portata a pensare allo scontro come qualcosa legato all’etnia, adesso stiamo tornando ad una situazione come quella di Tito dove c’erano molti matrimoni misti, una cosa tornata nelle consuetudini del nostro popolo e lo considero come un aspetto molto interessante, questo mischiarci tra noi anche se sarà un processo molto lento.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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