Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Febbraio 13th, 2010
Nénette di Nicolas Philibert – Berlinale 60 – Forum

Di

20105898_2Lei, ragazza dello zoo di Parigi. Ha seppellito tre mariti e dato alla luce quattro figli. Nénette convive col primogenito, Thübo, e ogni giorno prende la pillola perché non si sa mai cosa gli può passare per la testa. Ormai Nénette ha il fiore degli anni alle spalle. A quarant’anni può dirsi fortunata a essere ancora in vita, visto che normalmente i suoi simili rendono l’anima al creatore tra i trenta e i trentacinque. Nénette è una scimmia. Per la precisione, un Pongo Pygmaeus, un orang-utan del Borneo. Classe 1969, dal 1972 Nénette è una delle maggiori attrazioni del Jardin des Plantes. Sta nella sua gabbia, le danno da mangiare, la curano, non deve fare nulla. Se i suoi occhi non ingannano, s’annoia a morte. Ogni tanto volteggia tra le funi, si beve un tubetto di tè, apre uno jogurt e lo degusta con calma sapiente. Quando sta per finirlo, lo allunga col tè. Una leggenda del Borneo sostiene che gli orang-utan sappiano parlare, ma tacciono per evitare la scocciatura di una vita lavorativa. Sono animali misteriosi, gli oranghi, mai uno strillo, mai un’esternazione. Il ciclo delle femmine è impossibile da mappare: non un rivolo di sangue, non un sintomo di fertilità o menopausa. Quando Nicolas Philibert mise piede al Jardin des Plantes nel 2008, rimase di sasso dinanzi al carisma sfingeo di Nénette. E il risultato di questa magnifica ossessione è un documentario di settanta minuti che il regista ha imbastito secondo poche, buone regole. Per tutta la durata del film osserviamo Nénette e gli altri orang-utan dello zoo attraverso il vetro; nel frattempo, udiamo le voci dei visitatori, dei guardiani intervistati e, a volte, del mondo esterno (ad esempio, una manifestazione per i diritti dei lavoratori). Eco aliene che rimbalzano fin nella gabbia di questi primati resi tristemente celebri da Poe. Philibert è un documentarista sopraffino, innamorato del silenzio e delle piccole, piccolissime cose. Di lui ricordiamo alcuni gioielli come Il Paese dei sordi (1992), indagine senza parole sulla vita di chi non può sentire, La moindre des choses (1997: letteralmente, la più piccola cosa), incentrato sul “manicomio di psichiatria alternativa” La Borde fondato da Félix Guattari, storico sodale di Deleuze, e il ben noto Essere e avere (2000), spaccato scolastico della provincia francese, ideale film-gemello (a posteriori) della Classe (2008) di Laurent Cantet. Lo sguardo di Philibert è discreto, curioso, stupito. Da vero documentarista non impone una tesi, ma è mosso dalla sola necessità di mostrare le cose, possibilmente senza filtri di messa in scena. L’idea alla base di Nénette è quella di mettere lo spettatore dinanzi a un disequilibrio audiovisivo. Per settanta minuti osserviamo degli esseri viventi incapaci di parlare e ascoltiamo le parole di uomini e donne invisibili. Solo di rado il vetro riflette l’ombra confusa di un visitatore, e solo una volta, di sguincio, l’obiettivo ruota attorno a un angolo della gabbia e riprende una schiera di bimbi che contemplano Nénette. Inquadrature fisse, predilezione per il primissimo piano, una sola canzone portoghese – francamente incongrua – a commento della saudade della protagonista dopo un’ora di montato. Il documentario di Philibert non si presta a una lettera univoca. Lo si può leggere come uno studio di “viseità animale”, un Persona dedicato ai volti dei nostri progenitori. L’interpretazione animalista, volta a sottolineare l’assurdo della cattività e il destino di Nénette vittima del proprio esotismo, cozza per certi versi con l’impianto stesso del film, che la fissa senza ritegno esattamente come il pubblico pagante dello zoo. Un paio di guardiani manifestano senso di colpa per la prigionia di Nénette e degli altri animali, per la loro non-vita volta a soddisfare la nostra scopofilia di specie dominante. Ma il piglio del documentario resta neutro. Il vetro che ci separa dalla protagonista si sente, ed è bello spesso. Nénette è, purtroppo, un progetto minore. In tema di animali e cattività vale la pena di riguardarsi l’ultima immagine di Essere e avere (una tartarughina che si fa strada nella classe vuota), più intensa ed eloquente di questo documentario girato attorno al perimetro di una gabbia, che non riesce tuttavia a comunicarne appieno l’orrore e l’insensatezza. Vige l’indifferenza della natura come dell’uomo. In assenza di uno scarto morale, di chiari segni di evoluzione, è quasi inutile dare ragione a Darwin.


 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.