Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Non Aprite Quella Porta 3D è l’esito di un complicato passaggio di produzioni e diritti d’autore he nulla ha a che fare con il controverso remake di Marcus Nispel, vero professionista del remake "balordo". Il nuovo capitolo del franchise è diretto da John Luessenhop che ha l’ardire di cancellare con un colpo di spugna tutti i film precedenti, per ricollegarsi al capostipite nel tentativo di recuperarne lo spirito autentico. Per quanto ne voglia dire il suo autore, alla fine, a tornare alla mente sono proprio i goffi sequels degli ottanta inoltrati 

Di

Questo per dire cos’è Non Aprite… 3D: l’ennesima operazione volta al recupero di nuovi adepti, che si vorrebbero paganti, al culto di Leatherface, nata già sotto una luce poco splendente (l’aborto di una trilogia ritenuta troppo esosa). Il nuovo Non Aprite… è, infatti, l’esito di un complicato passaggio di produzioni e diritti d’autore (che oggi sono tornati a Bob Kuhn e Kim Henkel, autori storici con lo stesso Hooper del film di quarant’anni fa) che nulla ha a che fare con il controverso remake di Marcus Nispel (un vero professionista del remake balordo al netto di fluido vitale: suoi anche i pessimi Venerdì 13 del 2009 e Conan The Barbarian di due anni dopo) e corollario, di tre anni più tardi, del prequel Non Aprite… L’Inizio di Jonathan Liebesman (l’altro bel tomo dietro ad Al Calare Delle Tenebre, La Furia Dei Titani ed, attenzione, al remake necessario delle Ninja Turtles annunciato da qualche tempo). Queste ultime, delle operine di terz’ordine entrambe ma quantomeno il film di Nispel si prestava, comunque, ad una visione disimpegnata e tutto sommato godibile, a patto che si fingesse d’ignorarne l’ingombrante discendenza.
Davanti a Texas Chainsaw (questo il titolo originale, monco) si ha, invece, l’istinto di sospendere qualunque giudizio critico e passare direttamente all’insulto; giacché quello che offre il signor nessuno John Luessenhop, è già di per sé profondamente offensivo: e nei riguardi del classico del ’74, ed anche nei riguardi del suo odierno pubblico di riferimento (quello da multisala che però lo guarderà in streaming). A cominciare da una trama macchinosa ed asfittica; passando da una regia scialba e caotica (l’inseguimento tra la folla al luna park, con tanto di goffissimo stunt sulla ruota panoramica) e finendo alle incongruenze ed idiosincrasie più becere (Leatherface dovrebbe avere, almeno, una sessantina d’anni ma si muove, cade, si rialza e corre neanche fosse un ragazzino; per non dire di Heather (Alexandra Daddario) che avrebbe dovuto gravitare intorno ai 40 ed è invece poco più che ventenne).
Luessenhop ha l’ardire di, come dice lui stesso, cancellare con un colpo di spugna tutti i film precedenti, per ricollegarsi al capostipite nel tentativo di recuperare lo spirito autentico di quello. Piazza, così, in apertura, a mo’ di riassunto, le sequenze fondamentali del film di Hooper, inutilmente gonfiate a tre dimensioni (che è come riequalizzare in digitale un disco dei Ween), per poi inventarsi uno scontro tra la famiglia Sawyer e dei congiunti accorsi in sua difesa, finito in carneficina con una neonata in fasce come unica superstite. Quest’ultima, verrà raggiunta, una volta adulta, dall’eredità di una nonna di cui, ovviamente, non aveva nessuna conoscenza. Scopertasi trovatella, si reca in loco col ragazzo e una coppia d’amici per prendere possesso della tenuta che le è stata lasciata. Dovrà fare i conti con una città ostile e con un segreto nascosto in cantina…

Nulla è credibile, coerente, logico o sensato; il percorso psicologico della protagonista è del tutto incomprensibile se non motivato da una sorta d’incontenibile linea sangue; dialoghi ed interpreti risibili (c’è pure Scott Eastwood , il figlio degenere di Clint); tutto bagnato da profluvi ematici emessi in crudissime scene splatter che allontanano ad ogni sequenza lo spirito autentico dell’originale. Per quanto ne voglia dire il suo autore, alla fine, a tornare alla mente sono proprio i goffi sequels degli ottanta inoltrati. E poco importa che il buon Gunnar Hansen (il primo Leatherface), Marilyn Burns (la protagonista dello storico numero uno) e persino il nonno John Dugan, appaiano in un cameo. Così come poco importa che Hoope, Kuh ed Henkel si siano ritagliati il ruolo di produttori esecutivi. Ciò che rese immenso The Texas Chainsaw Massacre fu la capacità d’incidere nel tessuto della propria epoca, attraverso un racconto che scardinava i principi della società americana e non solo; i valori fondanti di un modello sociale che Hooper attacca senza alcuna remora, proponendo una metafora del proprio oggi, persino sin troppo evidente. Usa la classica impostazione da slasher per annientare selvaggiamente quelle che, con ogni evidenza (l’odio per i protagonisti è palese), reputa le peggiori menti della sua generazione, facendone carne da macello e restituendo, al contempo, all’America, un’allegoria della sua politica guerrafondaia, del suo impegno sanguinoso ma suicida in Vietnam a guerra ancora in corso. Ridicolizza, con l’arma del grottesco, l’istituto familiare (perno di ogni patriottismo) traslandone le istanze in uno scontro simbolico tra nomos e fusis, città e provincia, ricchezza e miseria, ignoranza postfordista ed ignoranza della terra selvatica. (continua nella pagina successiva…)


 

Pagine: 1 2 3