venerdì, Ottobre 22, 2021

Passioni e desideri di Fernando Meirelles

L’amore al tempo del villaggio globale, un giro del mondo fra Boeing, pulmann, metrò e auto di lusso, partendo da Vienna, con tappe a Bratislava, Denver, Londra, Parigi, Phoenix e Rio. Dieci amanti per dieci quadri, un girotondo amoroso che s’intreccia a corona, come nella celebre pièce teatrale di Arthur Schnitzler a cui si ispira. L’amante di un quadro amoreggia con un altro nel quadro successivo, la scena sociale sfila al completo nel balletto amoroso a 360°, titolo originale di questo film del brasiliano Fernando Meirelles, sceneggiato da Peter Morgan.

L’opera di Schnitzler all’epoca fece scandalo, Vienna e Berlino ne vietarono la pubblicazione e solo la caduta della monarchia asburgica permise al pubblico di vederla a teatro o leggerla. Non mancarono scontri e denunce anche in seguito, ma nessuna meraviglia, anche il cinema ha avuto i suoi autodafé e i suoi roghi in nome di un malinteso comune senso del pudore.

Parlare d’amore sfrondandone la retorica è sempre operazione rischiosa, il tabu è ancestrale e fonte di nevrosi, dissacrarlo porta conseguenze. Il grande viennese, mettendo in scena in promiscuità prostitute e conti, poeti e dolci fanciulle, dame dalla veletta doppia a nascondere mogli adultere e buoni padri di famiglia con amanti in garçonnière, provocò le ire dei benpensanti. L’atto sessuale è il centro gravitazionale che divide in due ogni quadro: dopo essersi attratti, corteggiati e amati, celebrando il rito dell’accoppiamento adeguato all’ epoca e alla cultura in cui vivono, i due si separano perché “…in questa giostra disperata delle pulsioni le figure si spogliano interiormente, prima che realmente, palesando così le loro umane debolezze, le loro menzogne, le loro inibizioni” (G. Farese ne i Meridiani, Schnitzler, Opere).

Ciò detto potremmo chiudere il discorso, qualsiasi riferimento a Schnitzler per questo film è fuori luogo, il tentativo di collegare l’amore con la crisi finanziaria e le susseguenti derive verso la prostituzione è spurio, forzato, perfino fastidioso nel suo didascalismo. L’idea che il matrimonio sia l’ancora di salvezza a tanta deriva in un mondo frenetico e senza più valori traluce all’inizio e risplende alla fine, la gioventù innocente trionfa sul male, come da copione, e, bisogna dirlo, alla fine vissero tutti felici e contenti. La “metafora agghiacciante” di Schnitzler, “la suggestiva rottura con il consuetudinario” diventa qui girotondo, anzi, turbinìo, a vuoto, con ricorso a mezzi che ormai anche l’ultimo dei cineoperatori della domenica eviterebbe: tendine laterali in nero, split screen a go-go per riassumere un po’ quello che, altrimenti, lo spettatore frastornato (o appisolato) dimenticherebbe.

Insomma, il messaggio di Schnitzler, quello sì, universale e insuperato, è che l’aridità colpisce tutti, inevitabilmente, come la morte. Meirelles se la cava col pensiero del monaco buddista sul bivio che si presenta nella vita e bisogna a tutti i costi imboccare, con ciò dimostrando una certa distanza anche dalle profondità del pensiero zen.

Paola Di Giuseppe
Paola di Giuseppe ha compiuto studi classici e si occupa di cinema scrivendo per questo e altri siti on line.

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