Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

La scelta di articolare il percorso espositivo della mostra in corso a Palazzo Strozzi fino al 17 Luglio e dedicata a Picasso, Miró, Dalí, come una sorta di flashback cinematografico imperniato sugli incontri dei tre protagonisti pare un tentativo mal riuscito di ammaliare lo spettatore con strategie espositive innovative, che nella pratica finiscono per rendere complicato un racconto banale; l'analisi di Alessandra Ronetti... 

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Si sa che quando vengono accostati in una mostra nomi di richiamo come quelli di Picasso, Miró e Dalí, lo scopo degli organizzatori non è certo quello di promuovere una conoscenza della storia dell’arte tramite una divulgazione intelligente. A chi giovano queste esposizioni? Non certo al pubblico, le cui aspettative di poter vedere qualche capolavoro, o di comprendere attraverso le opere la complessità di un momento storico, non possono che essere tradite. La mostra, curata da Eugenio Carmona e Christoph Vitali, e ospitata nella cornice di Palazzo Strozzi a Firenze sino al 17 luglio 2011, appartiene a questa categoria. Il punto di contatto tra i tre artisti sarebbe fornito dalle comuni origini catalane e dalla modernità della loro opera. La mostra prende in esame il periodo pre-cubista di Picasso con suoi lavori anteriori al 1907, anno della realizzazione de Les Demoiselles d’Avignon, di cui il Cahier n. 7 (nella penultima sala) – composto da un centinaio di schizzi – rappresenta il primissimo travaglio progettuale. Le opere di Miró esposte sono invece realizzate fra il 1915 e il 1920 e nel percorso espositivo vengono intrecciate con quelle di Dalí del quinquennio 1920-1925, per entrambi il periodo precedente all’adesione alla poetica del Surrealismo. La scelta di articolare il percorso espositivo come una sorta di flashback cinematografico imperniato sugli incontri dei tre protagonisti, a partire dal 1926, anno della visita di Dalì a Picasso sino agli esordi di Picasso a Parigi nel 1900, passando per l’incrocio fra Miró e Picasso nel 1917, pare un tentativo mal riuscito di ammaliare lo spettatore con strategie espositive innovative, che nella pratica finiscono per rendere complicato un racconto banale. Perché se lo scopo della mostra era evidenziare “come Dalí e Miró siano stati influenzati dalla rivoluzionaria invenzione del cubismo da parte di Picasso nel 1907”, Picasso viene rappresentato in mostra quasi soltanto da opere precedenti al 1907 e non è visibile quasi nessun confronto coerente tra il cubismo di Picasso e il rapporto di quest’ultimo con i due giovani Miró e Dalí? La scelta di analizzare il percorso artistico di Dalí e Miró prima della fase surrealista poteva funzionare, a patto di inserire il classicismo del primo e il fauvismo del secondo in un contesto più generale, magari proprio catalano, invece di limitarsi a parallelismi superficiali tra i due pittori. Da qui, lo scollamento tra il proposito di spiegare i percorsi giovanili di Miró e Dalí in confronto con il contesto catalano o con il linguaggio cubista e post-cubista elaborato da Picasso a Parigi e l’esito effettivo della mostra, che invece non chiarisce il significato storico delle opere presentate. La mostra sembra dunque configurarsi non tanto come la spiegazione di un percorso visivo quanto come una sorta di racconto – attraverso episodi e pensieri – di incontri fugaci fra tre famosi personaggi della storia dell’arte, forse più materia per un film di cassetta che per una mostra d’arte.