giovedì, Luglio 7, 2022

Silent Souls: l’Incontro con Aleksej Fedorchenko

Dopo aver affascinato le platee della Mostra del Cinema di Venezia, nel 2010 (premio Osella per il miglior Contributo Tecnico, premio Fipresci della Critica Internazionale, premio della critica online il Mouse d’Oro) finalmente arriva in Italia, in 30 copie, l’opera del russo Aleksej Fedorchenko, Silent Souls, a detta di molti il vincitore morale del concorso veneziano. [ N.d.r. Leggi due opinioni a confronto su indie-eye.it; la recensione di Diego Baratto e quella di Michele Faggi]

Un’uscita resa possibile grazie a Microcinema, una casa di distribuzione di cui si sentirà parlare spesso in futuro, la quale sta sviluppando un interessante e coraggioso progetto di diffusione del cinema d’autore, troppo spesso soffocato dalla valanga di blockbuster. Per l’occasione, il regista si è concesso per una breve conferenza stampa al cinema Plinius di Milano, di cui riportiamo un resoconto.

In questo film a Lei interessava più il discorso della conservazione della propria comunità e delle proprie radici, oppure il rapporto con la morte e con la sua elaborazione emotiva attraverso la cura del corpo?

Entrambe le cose. La sfida è stata ricreare un mondo ideale dove le persone sappiano avere un rapporto più vero tra di loro e quindi anche affrontare temi come la morte con la stessa serietà e naturalezza di qualsiasi altra cosa umana. Però mi è subito sembrato che ricostruire un mondo di questo genere, basandomi su un popolo esistente e contemporaneo, sarebbe stata un’impresa  poco autentica e troppo impegnativa. Anche perché quando noi ricostruiamo le abitudini di un popolo che sappiano scomparso possiamo credere di più che queste cose siano vere. Se avessi ricreato una situazione reale con gente reale non sarebbe stato credibile. Sarebbe stata una storia individuale del signor X e del signor Y e basta. Mentre invece così si parla di cose essenziali e universali.

Com’è stato accolto questo film in Russia? La ricerca di una identità “russa” tradizionalmente ha sempre avuto una tendenza occidentalista e una slavofila: è stato dunque interpretato come un invito a recuperare le radici culturali autoctone in una implicita critica al modello occidentale?

Non definirei questo film né slavofilo né occidentalista. Non propongo teorie sociali. E’ semmai un film che parla di spiritualità e del tentativo di svincolarsi dalle matrici cristiane della nostra cultura. Per questo si può dire che non è stato capito né dagli neo-occidentalisti né dagli neo-slavofili. Il film ha avuto però molto seguito, è stato visto e commentato molto. Ha suscitato reazioni assolutamente opposte. Dall’entusiasmo alla totale repulsione. Il motivo della reazione contraria è stato più che altro la grettezza, l’incapacità di vedere la bellezza nelle cose naturali [il film è stato tacciato di pornografia – Nda]. Chi invece ha questa capacità ne ha dato ovviamente un giudizio diverso.

A proposito dei finanziamenti. Trovare i soldi per film poco commerciali è così difficile in Russia come in Occidente?

La situazione è la stessa. In effetti trovare i fondi è stato quasi impossibile. Contrariamente ad altri che hanno avuto il sostegno statale, questo film è stato interamente finanziato da un privato. Si è fatto avanti un produttore televisivo che produce anche piccoli film, il quale si è appassionato al progetto. In quel periodo girava vari festival alla ricerca di film che parlassero d’amore. Io gli ho proposto alcune idee e ha scelto subito questa sceneggiatura. Ha finanziato totalmente il film. Ma è un caso raro, quello di incontrare un mecenate così spassionatamente coinvolto in un progetto artistico.

 Quali sono state le sue scelte dal punto di vista tecnico? Il film è girato in digitale?

La realizzazione è stata impegnativa. Abbiamo girato tutto fuori dagli studi, in luoghi reali, con luce e condizioni atmosferiche autentiche, dalle strade agli ambienti naturali. Le riprese invernali, con le distese di ghiaccio, sono state le più impegnative, ovviamente. Le abbiamo girate nella mia città, Jur’ev-Polskij nella regione di Vladimir, e le prime scene ambientate nella cittadina di Neja sono state girate al nord, nella Repubblica dei Komi. L’impresa è stata complessa perché si è trattato di organizzare cinque troupes di ripresa e avevamo anche un tempo estremamente limitato: abbiamo girato dalla prima foglia caduta in autunno al primo fiocco di neve invernale. Quindi abbiamo cominciato dal nord e a mano a mano che cadeva la prima neve fuggivamo verso sud. Trentatré giornate di riprese in tutto. Tecnicamente abbiamo usato pellicola tradizionale 35mm. Il sonoro è in presa differita.

A proposito della storia d’amore, intensa e molto coinvolgente dal punto di vista emotivo… Tanto l’amore di Miron, il marito, è chiaro e indubitabile, quanto il coinvolgimento sentimentale della donna appare ambiguo. Non si capisce se lo ha sposato per amore. Il suo pacato assecondarlo sembra a volte passivo, non si capisce se era innamorata dell’altro protagonista, Aist. Resta insomma, quella di Tanja, una figura velata, nei suoi sentimenti. Come va interpretata?

E’ l’amore femminile a essere così, visto con gli occhi di un uomo. Le rispondo così: forse se il film fosse stato girato da una donna, questo personaggio sarebbe risultato più limpido. E’ così nella realtà: ci puoi vivere una vita intera, con una donna, e non la capirai mai fino in fondo, ti stupirà sempre. E’ anche questo il fascino di un rapporto che dura negli anni. E adesso vuole che io le spieghi l’animo femminile in neanche un’ora di film? (sorride).

Quanto è stato importante che il suo film passasse nel circuito dei festival, alla Mostra del Cinema di Venezia, ad esempio, e più in generale in un contesto internazionale?

Certamente ha avuto molta importanza. Dopo l’esordio a Venezia il film è stato visto ovunque, in molti festival. E’ stato acquistato e distribuito in tanti paesi, ha vinto molti premi e riconoscimenti in giro per il mondo. Sono molto contento. Certamente i premi aiutano anche a promuovere il film, a fare vedere le cose in maniera diversa o più semplicemente a farle vedere. Ma l’importante resta la visione del film. E’ semplicemente un’opportunità di permettere a molte persone di vederlo.

Lei ha girato sia documentari che film. Qual è secondo lei il rapporto tra cinema e realtà?

Sei fai cinema fai qualcosa che non è assimilabile alla realtà. Non mi interessa occuparmi della realtà. Di realtà ce n’è quante ne volete in giro e in televisione.

Dopo questo film che progetti ha?

In realtà le riprese risalgono al 2008 e il film è uscito nel 2010. Dopodiché ho girato altri tre film: un documentario, un cortometraggio con un produttore americano e adesso sto concludendo le riprese di un nuovo lungometraggio con la collaborazione dello stesso sceneggiatore di Silent Souls, Denis Osokin. Si chiamerà Le spose celesti dei Marj, sarà un grande affresco mitologico, un epos dedicato alle donne del popolo dei Marj. Una sorta di Decamerone dei Marj composto di 23 novelle. Penso di finirlo per la prossima estate.

Dato che ha ricevuto un premio dal mondo della critica web, il Mouse d’Oro, pensa che possa essere importante oggi il passaparola via internet anche per un film? Che opinione ha del web?

Provo riconoscenza. Ci sono due cose al mondo che non capisco e davanti alle quali mi inchino: una è internet e l’altra è l’aeroplano. Non riesco proprio a capire come funzionano ma non posso farne a meno. Sono un web-dipendente.

A conclusione dell’incontro con la stampa, Aleksej Fedorchenko si è intrattenuto in una breve conversazione con noi di Indie-eye. In tema di cinema italiano, ha dichiarato di apprezzare molto Pier Paolo Pasolini (soprattutto la trilogia della vita: DecameronI racconti di CanterburyIl fiore delle mille e una notte) per i suoi temi e il suo stile. Ha ricordato poi un episodio risalente ai tempi degli studi a Mosca presso l’Istituto Nazionale del Cinema Russo, quando gli capitò tra le mani la sceneggiatura di un film a episodi, Made in Italy di Nanni Loy, opera che lo portò ad amare particolarmente la struttura a “micronovelle” (Le spose celesti dei Marj, il lavoro che finirà di girare in estate, in attesa di trovare i fondi necessari  per la post-produzione, è imperniato proprio su una struttura narrativa a microepisodi, da un minimo di un minuto e mezzo a un massimo di dieci minuti – Ndr). E’ stata una vera fascinazione, ha raccontato: per anni ha ricercato una copia di questo film (impossibile da reperire in Russia) finché non l’ha ricevuta in dono. Finora si è rifiutato di vederlo, ha ammesso ridendo, per non intaccare l’aura mitologica di quella prima folgorazione, sottoponendo la propria fantasia immaginifica al vaglio della realtà. Giudica interessante e di buon livello la produzione cinematografica dei registi russi della nuova generazione, da ultimo Aleksej German. Sta emergendo infatti un gruppo di giovani cineasti le cui qualità artistiche sono state riconosciute internazionalmente nelle ultime edizioni dei più prestigiosi festival. A questo proposito, Fedorchenko ha ricordato con soddisfazione che proprio quest’anno, a Cannes, il premioCinéfondation (sezione nata nel 1998 e dedicata ai corti prodotti nelle scuole di cinema di tutto il mondo) è stato assegnato al film Doroga Na (La strada verso) della giovanissima regista russa Taisia Igumentseva.

 

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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