martedì, Aprile 23, 2024

Un giorno devi andare di Giorgio Diritti

Impegnato fin dai tempi dell’esordio con Il vento fa il suo giro in una indagine a tutto campo sui legami fra Uomo e Terra, identità della comunità e alterità, Giorgio Diritti prosegue il suo discorso in Un giorno devi andare esplorando la zona liminale che separa la fede dal dubbio etico, la prassi dalla spiritualità. Soffocata dal dolore provocato dalla perdita di un figlio e dal conseguente e inaspettato abbandono del proprio compagno, la giovane Augusta (Jasmine Trinca, che regala la sua interpretazione più convincente dai tempi di La meglio gioventù) vuole trovare un nuovo orientamento esistenziale. Non si disperde in astrazioni e cerebralismi, passa subito all’azione: lascia l’Italia e parte per il Brasile al fianco di suor Franca (Pia Engleberth), battagliera esportatrice del verbo cattolico fra gli indios dell’Amazzonia. Piuttosto scettica sui metodi di catechizzazione della missionaria, che impone una mentalità di cui i nativi non hanno bisogno né comprendono, Augusta, più incline alla scoperta che alla guida di un credo, deciderà di intraprendere un percorso autonomo, stabilendosi in una favela di Manaus. Da qui comincia l’autentico dialogo con una cultura altra, attraverso la progressiva integrazione nella famiglia di Janina e la collaborazione alla comunità locale.
Prende abbrivio in modo assai promettente questo viaggio di Diritti, con una ricca offerta di stimolanti interrogativi e una magniloquenza visiva indubbiamente prodigiosa, che emoziona ad ogni inquadratura: dalle suggestioni simboliche di una luna ottenebrata da nubi che si scioglie sulla superficie di un’ecografia, fino al leggero fluttuare della macchina da presa – con uno sguardo che richiama una dimensione elevata (leggi: divina) – al di sopra dei verdeggianti istmi di terra e degli arabeschi d’acqua disegnati dal Rio delle Amazzoni. Fra la vibrante varietà tonale del paesaggio sudamericano e i lividi cromatismi, quasi funerei, dei tetri interni dell’appartamento borghese della madre di Augusta, Antonia (Sonia Gessner), la fotografia sottolinea l’opposizione simbolica fra due mondi: fertile per la speranza ma insieme fonte di rischi impensabili, il primo; spazio abitato dal lutto, dall’assenza (quella di Augusta e del defunto padre) e dalla paralisi affettiva (suggerito anche dalla evidente economia di movimenti ed espressioni di Antonia), il secondo. “Al disopra dello spazio e del tempo infinito, l’amore infinitamente più infinito di Dio viene e ci afferra” legge Augusta nel libro In attesa di Dio di Simone Weil, uno stimolo per colei che si sente “terra” e non “cielo”, verso una ricerca interiore che non esclude la spiritualità. Nella seconda parte del film, però, questo discorso non riesce a incanalarsi in una traiettoria in cui coerentemente evolvere, e Diritti, avido di curiosità al pari della sua protagonista, imbocca molte strade e, una volta persa di vista la meta, ripiega in soluzioni piuttosto facili. Il confronto fra culture scade nell’ingenua opposizione tra il “buon selvaggio”, perfetto nella sua condizione primigenia e incontaminata, e l’individuo civilizzato in crisi di coscienza, con l’aspirazione a un altrove edenico dove purificarsi. La rifondazione dell’identità femminile in una prospettiva più articolata e ampia, secondo coordinate meno individualiste, sfuma in un vacuo misticismo di ascendenza New Age, con cui il trascendentalismo della titanica e incantatoria sinfonia di Terrence Malick, The Tree of Life, c’entra ben poco. Così come i richiami a Werner Herzog non possono che essere considerati occasionali – una panoramica sul battello che naviga lungo il Rio delle Amazzoni accompagnato da sonorità solenni ed evocative – e di superficie, giacché Diritti non sembra interessato all’aspra ed estrema sfida dell’uomo contro i cicli implacabili della Natura al centro di Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo. All’opposto, l’epilogo elegiaco di Un giorno devi andare mette in luce un desiderio di ideale e chimerica armonizzazione con la Natura, tanto suadente nella resa estetica, quanto poco convincente negli assunti teorici.

Diego Baratto
Diego Baratto
Diego Baratto ha studiato filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è laureato con una tesi sulla concezione del divino nella “Trilogia del silenzio di Dio” di Ingmar Bergman. Da sempre interessato agli autori europei e americani, segue inoltre da vario tempo il cinema di Hong Kong e Giappone. Dal 2009 collabora con diverse riviste on-line e cartacee di critica cinematografica. Parallelamente scrive soggetti e sceneggiature.

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