Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Disseminato di ovuli, organismi cellulari, mutazioni della forma che dovrebbero alludere alla nascita di nuove possibilità intersessuali Drei propaga uno sguardo clinico, ospedaliero; l'ultimo film di Tom Tykwer in concorso a Venezia 67, la recensione di Michele Faggi... 

Di

Un film come Drei avrebbe potuto essere intimamente “Berlinese”, eppure, nel suo progressivo scardinamento delle “identità biologiche determinate”, come le definisce Adam, corpo condiviso da Hanna e Simon, conviventi prossimi alle nozze, costruisce uno sguardo ad orologeria sin troppo legato a quel meccanismo adrenalinico che ha arricchito, e a mio avviso, impoverito tutto il cinema di Tom Tykwer. E’ un film di superfici piatte Drei, sia che queste siano split screen digitali, o visioni di un onirismo asfittico, chiuse nella camera iperbarica di una ripresa in studio.

Disseminato di ovuli, organismi cellulari, mutazioni della forma che dovrebbero alludere alla nascita di nuove possibilità intersessuali a dispetto del fallimento della famiglia nucleare, propaga uno sguardo clinico, ospedaliero, tanto che le uniche sequenze che sembrano prolettiche a questo occhio vitreo sono quelle girate in clinica, dove Simon dovrà farsi asportare un testicolo a causa di un cancro.

Hanna in quel momento non è in casa e si scopa selvaggiamente Adam; con uno slittamento poco convincente e vicino al pahmplettino didascalico per spettatori progressisti Simon si ritroverà in piscina dopo l’operazione e si farà masturbare guarda caso da Adam, il corpo condiviso, il demiurgo di una sessualità anti deterministica; è proprio qui, durante l’eiaculazione, che Simon inonda di sperma il torace di Adam nell’unica ellisse (il cazzo ovviamente non si vede) davvero grafica di tutto il film. Spiace dire che l’immagine possiede la forza dirompente del sapone liquido, una viscosità neutra, pulita, nitida; la stessa che l’occhio di Tykwer persegue senza il minimo rischio di lordarsi.

Michele Faggi