Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Meek's Cutoff, da alcune interviste e fonti di produzione che abbiamo raccolto, rivelerebbe un metodo molto vicino alla potenza antropologica ed etnografica del cinema della Reichardt, una delle autrici più rigorose del cinema Americano contemporaneo; a Venezia 67 in concorso; informazioni, dettagli e fonti... 

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Kelly Reichardt, una delle registe Americane più rigorose degli ultimi anni è in concorso a Venezia 67 con Meek’s Cutoff.

Torna a lavorare con Michelle Williams, dopo il bellissimo Wendy and Lucy di cui avevamo parlato ampiamente da questa parte su Indie-eye Straneillusioni e continua a collaborare con Todd Haynes che ha curato la produzione esecutiva del film, come per i precedenti Wendy And lucy e Old Joy.

Viene meno la presenza di Will Oldham anche come compositore; per Meek’s Cutoff la Reichardt si è affidata ad un musicista più “specifico” come Jeff Grace, tra i più promettenti autori Americani di colonne sonore. Chris Blauvelt cura la fotografia ed è praticamente alla sua prima prova dopo una lunghissima gavetta come operatore o assistente operatore per registi come Joe Johnston, Jan De Bont, Gus Van Sant, David Fincher. Come per Old Joy e Wendy and Lucy, la sceneggiatura è firmata dal fedele Jonathan (Jon) Raymond, che continua a scrivere racconti apparentemente esili e semplici ma che permettono alla Reichardt di elaborare dei veri e propri saggi visivi di rara potenza antropologica e accuratezza etnografica sulle radici dell’Oregon.

Kelly Reichardt è un’autrice con una personalità molto precisa, sfortunatamente non ha mai trovato una via distributiva nel nostro paese, tranne per Meek’s Cutoff che sulla carta sembra aver smosso qualcosa per una distribuzione nelle sale Italiane grazie alla Archibald Film di Roma, distribuzione indipendente che ha portato in Italia film come Single Man (Tom Ford) e Perdona e Dimentica (l’ultimo Solondz).

Kelly Reichardt Comincia a frequentare la scena indipendente Americana nei primi ’90 lavorando con Todd Haynes come assistente ai costumi per Poison e dirige River of Grass, il suo primo lungometraggio, nel 1994; Road Movie disfunzionale interpretato e montato da Larry Fessenden e che riassume tutta l’esperienza visiva della Reichardt cresciuta con un padre fotografo criminale.

Bisogna aspettare il 2006 per il suo progetto più ambizioso, Old Joy, premiato al Sundance Film Festival nello stesso anno e che conferma il talento della regista Americana come autrice capace di distillare momenti di grande cinema meditativo attraverso l’improvvisazione degli attori e uno script apparentemente invisibile; Old Joy è la storia di Kirk, interpretato da Will Oldham, che intraprende un viaggio nella natura con un vecchio amico; quello della Reichardt si manifesta a poco a poco come un cinema di volti arcaici legato alla perdita e al conflitto dialettico tra lo spazio dell’America contemporanea e un complesso rapporto con le radici.

Wendy and Lucy arriva nel 2008, è ambientato per la maggior parte in Oregon, dove Wendy (Michelle Williams) è costretta a fermarsi insieme al suo cane Lucy a causa di un guasto alla macchina; è uno splendido film che rimane in equilibrio tra lo spazio urbano e il deserto, capace di raccontare visivamente la difficoltà di vivere in un tempo di transito, sguardo complesso e anti-retorico (in ogni senso) sull’America contemporanea, film che nel suo deambulare si compie come un miracolo della visione, in modo molto più efficace, ficcante e onesto di qualsiasi sclerosi Chomskyana firmata da Michael Moore.

Wendy And Lucy riceve attenzione critica a livello internazionale e le permette probabilmente di mettere insieme un cast più corposo per il nuovo Meek’s Cutoff che oltre alla riconferma di Michelle Williams, come si diceva, include  Paul Dano, Zoe Kazan (Revolutionary Road, Me And Orson Welles) due veterani come Will Patton (splendido, in Wendy and Lucy) e Bruce Greenwood, quest’ultimo presente a Venezia 67 anche con Barney’s Version di Richard J. Lewis. Meek’s Cutoff si ispira al viaggio tragico della carovana di emigranti che si stacca dal tracciato principale del cosidetto Oregon Trail, uno spostamento massiccio che coinvolse più di 200 famiglie. Stephen H. L. Meek è una delle guide a cui si affidarono alcune carovane per il viaggio da Fort Laramie fino a Williamette Valley, passando per il fiume Malheur. Meek decide di scegliere una scorciatoia e nel film della Reichardt, che Jon Raymond stesso ha definito come “Vagamente ispirato ai movimenti di Stephen H. L. meek“,  viene seguito solo da tre famiglie per un sentiero non tracciato che porterà tutti quanti verso un viaggio tragico tra la fame, la sete e la malattia, fino a quando non incontreranno un nativo, un nemico “naturale” che potrebbe al contrario aiutarli a dispetto di una guida che invece si è rivelata inaffidabile. Kelly Reichardt ha cominciato a filmare Meek’s Cutoff all’inizio del settembre 2009, nella contea di Harney, una delle più isolate e “bruciate dal sole” di tutto l’Oregon; è molto interessante leggere alcune note di produzione dove, tra le fonti che siamo riusciti a rintracciare su Internet inclusi alcuni estratti dal Williamette Week (wweek.com), si fa riferimento alle condizioni di isolamento come cruciali per lo sviluppo del film, che è basato sulla perdita di coordinate, la malattia, la sofferenza; la rivelazione di un metodo che non sembrerebbe affatto mutato nel modo di intendere il cinema della Reichardt. A questo proposito Zoe Kazan in un’intervista rilasciata a Simon Dang (The Playlist) e riportata sul sito ufficiale di Paul Dano, parla chiaramente della difficoltà di girare nel deserto, e delle condizioni critiche di salute che hanno colpito tutto il cast; lo stesso Dano sempre su The Playlist ha raccontato a Danielle Johnsen in termini entusiastici le fasi di lavorazione del film: “Bellissimo, abbiamo girato in location reali dell’Oregon, in pieno deserto. Dal motel dove alloggiavamo dovevamo guidare due ore in mezzo alla polvere e lavoravamo con i buoi ogni giorno. La prima settimana, le persone coinvolte sono state colpite da violenti insolazioni e nella terza settimana, con i cambiamenti climatici, alcuni hanno avuto problemi di Ipotermia. […] è stato molto duro; buona parte del film ha a che fare con il lavoro manuale, ed è probabilmente una delle ragioni per cui ho voluto farlo, andare semplicemente nel deserto e fare qualcosa. E’ stato un modo di girare molto duro, in senso positivo intento, ma capisci, è stato duro“.

Michele Faggi