Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Il cinema di Josè Luis Guerin finalmente prova a perdersi; In Guest l’idea psichica e fisica della città si manifesta in una morfologia in divenire, sistemi complessi che ne generano altri, percorsi che Guerin ricerca proprio lasciando fuori i suoi film, a Venezia 67 nella sezione Orizzonti, la recensione di Michele Faggi... 

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Il cinema di Josè Luis Guerin finalmente prova a perdersi, e  paradossalmente, nella ricorrenza celebrativa dei numerosi screening che  hanno ospitato En La Ciudad de Sylvia per i festival internazionali più importanti , il regista spagnolo esce da quella flanerie imposta che faceva scivolare un film sulla meraviglia incontrollabile dello sguardo in un oggetto dal percorso perfettamente tracciato.

Ne è una conferma l’ossessione quasi necrofila di raccontarne le modalità di sviluppo nell’esperimento fotografico intitolato Unas Fotos En la  Ciudad de Sylvia, uno dei due oggetti che in Guest rimangono sullo sfondo e permettono a Guerin di scoprire la psicogeografia delle città che lo ospitano tra i volti e le performance di strada senza che il progetto preceda la scoperta. E’ un’evoluzione importante per un autore che suscitava ammirazione e delusione allo stesso tempo in quella sua nota scomposizione di Strasburgo che si serviva di riflessi, suoni e apparizioni come fossero dispositivi per accecare e nascondere un’orchestrazione sin troppo perfetta, quella di uno sguardo in fondo “ospite”.

Tutta la profondità sensoriale della città, abilmente ricostruita proprio per evitare l’imprevisto ci sembrava cosi lontana dall’ossessivo ripetersi degli incendi Tarkovskijani filmati da Chris Marker da annullare il talento visivo di un autore capace di osservare le superfici in modo sorprendente ma opaco, in un’impossibilità sospetta di liberare flagranza da quelle stesse immagini .

In Guest l’idea psichica e fisica della città si manifesta in una morfologia in divenire, sistemi complessi che ne generano altri, percorsi che Guerin rintraccia proprio lasciando fuori i suoi film; uno sdoppiamento interessante che diventa intenzione teorica negli incontri con Jonas Mekas e Chantal Akerman, un manifesto in-visibile a cui puntare che Chantal grida con chiarezza quando ci racconta che la differenza tra documentario e finzione, non esiste.

Ed è un po’ quest’atto di fede che cerca di opporsi ad una divisione ridicola, che a tratti viene ancora a mancare nel cinema di Guerin, in alcuni momenti  impegnato a rendere percepibile il confine costruendo immagini curatissime che antepongono l’ossessione per un segno poetico dalla bellezza rilevante ma non rivelatrice.

È l’appunto grafico, per esempio, che torna ossessivamente nel suo cinema come atto impermanente e impreciso del registrare con lo sguardo, ma invece di abbandonarsi al  materiale che evidentemente è tra i preferiti da Guerin per concepire le sue idee, il regista spagnolo cerca di forzare la trasformazione dei segni in significati di enorme pesantezza, filmando per esempio il vento che scombina le pagine disegnate dei suoi taccuini entro un’aura fortemente estetizzante.

E’ qui che il cinema di Guerin sembra aver paura di contaminarsi, come invece succede nel Ferrara degli ultimi documentari, quando al contrario il suo occhio ne incontra altri, la vita comincia a scorrere come il vento.

Michele Faggi