giovedì, Settembre 24, 2020

Venezia 68 – Concorso – A Dangerous Method di David Cronenberg (Uk, Germania, Svizzera, Canada, 2011)

L’incontro tra il drammaturgo Christopher Hampton e David Cronenberg si verifica nello spazio di un testo, “The talking Cure“, scritto dal primo per il teatro e sviluppato intorno alla relazione complessa che ha attraversato le vite di Carl Gustav Jung, Sigmund Freund e Sabina Spielrein, figura centrale nel testo di Hampton cosi come nella sceneggiatura adattata da questo per il film del regista Canadese. Un territorio difficile e intimamente Cronenberghiano la cui derivazione teatrale non dovrebbe trarre in inganno come al contrario sta accadendo in queste ore grazie ad una critica da cronaca pagata per dormire al cinema o peggio ancora per stenografare, tout court, la superficie della visione. Insieme al fedele Peter Suschitszky Cronenberg ha lavorato con la consueta meticolosità ad una semplificazione della superficie visiva, riducendo la saturazione cromatica e costruendo uno sfondo tra scenografia e luce impalpabile e neutro, soluzione utile a rendere la presenza corporea degli attori ma anche ricerca sull’immagine molto simile agli spazi mentali di M. Butterfly, alle superfici cognitive di Spider, ai “drome” (circuiti, stanze, arene) del suo cinema. Viene in mente un vecchio (non certo come incisività) film sulla mutazione del corpo nell’immagine dello spirito che è Therèse di Alain Cavalier, dove la fissità del quadro e la neutralità pulviscolare dello sfondo rispetto ai corpi allontanavano quell’occhio dallo spazio “ovvio” del teatro avvicinandolo così al cinema delle origini; in questo caso i custodi dell’esegesi su Teresa di Lisieux non potevano accettare l’orrore che si nascondeva in quelle immagini, arrivando a giudicarle “infedeli”; siamo sicuri in questo senso che lo stesso cancro filologico potrebbe muovere le ragioni principali di alcuni detrattori del nuovo film del regista Canadese.   Nel percorso che ha portato David Cronenberg alla realizzazione di opere sempre più endogene al concetto di mutazione, sempre più sottili nel tentativo di filmare cicatrici ormai invisibili, carne pulsante che risiede  in un interstizio mentale, l’identità in transito del contesto familistico è un passaggio ulteriore che sposta la ricerca di un cineasta radicale nella difficile conquista di uno spazio invisibile che risiede tra parola e immagine, tutta la sequenza che ci mostra Sabina, Carl ed Emma Jung in una sessione legata alla “cura delle parole”, è una dolorosa metamorfosi in atto che percepiamo attraverso i volti, le parole stimolate da Carl, le risposte di Emma, il testo scritto dallo stesso Carl sul quaderno, e quel riverbero di luce che Sabina cerca di catturare e seguire con il dispositivo meccanico adibito alla rilevazione; oltre ad essere uno straordinario momento di possessione visionaria, ci suggerisce una volta di più come Cronenberg metta in atto un metodo davvero pericoloso di trasmutazione del corpo in immagine, parola, segno grafico,  luce; se pensiamo a cosa ne avrebbe fatto, o meglio, a cosa ha fatto fino ad adesso (e a dove ahimè è giunto) Peter Greenaway, ci potremmo immaginare un accumulo di lessemi e sememi, dispositivi e formati; come a dire che nell’apparente distruzione dello spazio teatrale l’autore inglese tende quasi sempre a ricostruirne le trappole più ovvie a causa di una cieca ipertrofia visiva , Cronenberg a disintegrarle cercando al contrario l’invisibile nella semplificazione delle superfici, inclusa la scrittura percepita attraverso i carteggi epistolari che diventano elemento fondamentale in questo suo ultimo lavoro.  Chi scrive allora che A dangerous method è un film “superficiale”, non avendo probabilmente ben presente di cosa stà parlando (o più modestamente, di quale superficie stia parlando) come per il bellissimo film di Garrel in concorso alla 68ma mostra del Cinema di Venezia, è evidentemente disturbato dalla rottura di un patto di verosimiglianza, che nell’individuare uno spazio dato (o percepito) come teatrale ce ne mostra i difetti, le aporie, le aperture, l’epistemologia brutale della mutazione. Era lo scandalo di M. Butterfly, ovvero, non riuscire ad accettare che John Lone  fosse  filmato in modo non “credibile”, ed è lo scandalo di un film che come un cuneo si conficca nel cervello della famiglia occidentale, mostrandone ancora, e con una prospettiva che diventa anche storico antropologica, le potenzialità più oscure come un raggio di luce sulla trasformazione delle relazioni. Sabina Spielrein nel suo diario scriveva: “mio padre ha su di me l’effetto di far comprimere nel mio intimo tutti i sentimenti“; una frase che non può non aver colpito Cronenberg, tanto da affidare a questo concetto un complesso scambio di mutazioni dove la figura della psicoanalista di Rostov diventa centrale solo a patto di considerarla come un conduttore di energia, un portatore sano di schizofrenia che colpisce non solo il mondo di Jung ma anche la fitta rete di relazioni che lo circondano. Come puoi sopportare tutto questo? chiederà Sabine a Carl dopo la descrizione di un nuovo percorso identitario; a molti sarà sembrata una banale fotografia sui residui di un rapporto, per chi scrive era la dolorosa e in-acettabile immagine di una metastasi al lavoro.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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