Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Oltre il motto di spirito negativo, Dark Horse apre una porta verso regni popolati da morti e sognati dai vivi, o viceversa; la recensione da Venezia 68... 

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Se ci si ferma alla superficie del cinema di Solondz, questo si mostra come un “whit” Alleniano di polarità ancora più cinica; battute intelligenti, una galleria di figurine mostruose, un set senza uscita. Ma oltre l’iperrealismo del decor e quel tentativo di trasformare volti e corpi degli attori in pezzi d’arreamento, parti di un’optical art che dissemina tracce di storia d’arte del novecento anche dentro Toys’r’us, Dark Horse sembra aprire una porta verso il regno dei morti, anzi, regni popolati da morti e sognati dai vivi, o viceversa. La chiave dell’ultimo cinema di Solondz allora non è Happiness, anche quando i riferimenti più espliciti sembrano appartenere a quell’universo in forma di “sequel”, ma Palindromes, con le varianti di un vojeurismo che guarda dentro se stesso; è la stessa consistenza frattale del decor di cui si parlava prima, l’allusione ad un mondo visivo che fa da sfondo in ogni luogo – ristoranti, camere, carta da parati – e che genera quasi sempre un doppio imperfetto. E’ il sogno che a un certo punto ha il predominio sulle regole dell’universo entro il quale si muovono i corpi di Dark Horse, un sogno di cui non conosciamo direzione, ma che soprattutto cambia costantemente sognatore. E’ facile intenderlo come una matrioska di cui sia stato nascosto volutamente un pezzo fino al momento giusto, barando con lo spettatore, ma è altrettanto facile sopravvalutare questo determinismo senza valutare la libertà -seppur negativa – che sprigiona in termini di desiderio, quando il tentativo sembra proprio quello di disintegrare la centralità del soggetto. In questo senso i film di Solondz si aprono verso figure che rimettono in gioco la visione, come se fossero osservatori da un altro spaziotempo; in Dark Horse è la fedele segretaria di Christopher Walken, il padre di Richard – interpretato da Justin Bartha – a risucchiare il film in un altro universo e a liberare le figurine dalla prigione della rappresentazione virtuale. Richard vive collezionando oggetti di un fanatismo nerd e infantile (sembra in effetti un potenziale cinefilo, se ci pensiamo attentamente) conosce Miranda con cui sviluppa un non-rapporto, tutto impostato su scarti, casualità, disinteresse, apatia. I genitori di Richard sembrano manifestazioni dei desideri, positivi e negativi, dello stesso Richard, si manifestano a volte come fantasmi, esattamente come la segretaria del padre, strano oggetto del desiderio, oppure come il commesso di un Toys’r’us deserto. Richard potrebbe essere già morto suggerendo un effetto di memoria residuale, oppure potrebbe semplicemente non esser mai esistito.

Michele Faggi

Todd Solondz
Dark Horse
USA - 2011

Con Justin Bartha, Selma Blair, Zachary Booth, Mia Farrow, Jordan Gelber
Durata 84 min