giovedì, Settembre 24, 2020

Venezia 68 – concorso – Terraferma di Emanuele Crialese (Italia, 2011)

C’è una forza arcaica nel nuovo film di Emanuele Crialese, senza inventarsi quel lessico tra poesia e ritmo che Pasquale Scimeca sperimentava per i suoi Malavoglia, il regista Romano affronta comunque una lingua tra realtà e mito esplorando il confine tra terra e mare sull’isola di Linosa, nel film semplicemente un’isola del mediterraneo. Coinvolge Timnit T., una donna dell’Africa centrale di 27 anni, approdata a Lampedusa su di un barcone con più di settanta persone e le chiede di confrontarsi con il ruolo di Sara, facendole cosi ripercorrere il suo difficile viaggio fino all’incontro con Giulietta, la donna interpretata da Donatella Finocchiaro che vive sull’isola insieme al figlio Filippo, un ragazzo di venti anni che grazie al vecchio Ernesto sta imparando la legge del mare, ovvero quella condizione di libertà che gli permette di vivere con semplicità dei frutti della pesca. In un contesto drammaturgico essenziale e scabro, Crialese, grazie anche alla fotografia di Fabio Cianchetti, ricerca i colori e i riflessi della luce naturale girando in un territorio difficile e lasciando che l’imprevisto faccia il suo corso; se il delinearsi delle figure che popolano questo lembo di terra sembra a volte chiudersi in forma bozzettistica, questo è anche frutto di una purezza di fondo che trova nell’essenzialità del racconto mitologico uno strumento potente di osservazione del reale,  basta pensare alla bellissima sequenza dove in un territorio tra scoglio e polvere il gruppo di pescatori si raccoglie per discutere sui propri diritti e sull’atteggiamento da tenere nei confronti dello sbarco continuo di clandestini; Crialese indugia sui volti, cattura l’incertezza della lingua, non costringe all’interpetazione di un ruolo ma cerca di coglierne immediatezza e difetti; cosi come in altri casi si serve della parola in termini allusivi, non raccontandoci le origini esatte dei protagonisti, ma cercando di delinearne le caratteristiche e la loro storia con le differenze fonetiche, l’avvicinamento minore o maggiore alle radici della propria lingua; mentre Filippo (Filippo Pucillo) ed Ernesto (Mimmo Cuticchio) cercano un contatto diretto con gli elementi della terra e il mare, Giulietta e Nino (Giuseppe Fiorello) dimostrano almeno inizialmente un rapporto ambivalente, cercando di parlare una lingua epurata; queste, per esempio sono le uniche tracce che Crialese ci indica per capire che la stessa Giulietta non è indigena al cento per cento. Ed è su questo terreno che Crialese abbandona qualsiasi didascalismo, con una serie di movimenti che raggiungono un equilibrio quasi miracoloso tra mito, lingua, verità e potenza visionaria; come quella “verità onirica” del viaggio notturno con la lampara, che da sogno magico di affabulazione sottilmente felliniana cambia improvvisamente di senso e diventa un incubo che illumina una realtà difficile da accettare; è un confine che Crialese ripete più volte, per esempio nel confronto tra Sara e Giulietta, in questa maternità duplice che allude al corpo, alle radici, agli odori: “sente l’odore delle tue mani, lo hai partorito tu, con le tue mani”  dirà la ragazza Africana all’isolana; oppure in quella fuga conclusiva che sembra prendere una direzione, dirottando improvvisamente per la via del mare, in un’immagine che all’ignoto dell’imbarcazione che solca i mari inquadrata dall’alto, sovrappone lo stupore e la speranza per una nuova vita negli occhi del figlio maggiore di Sara e in quelli di Filippo, nuovamente a contatto con la legge del mare. Crialese ritrova così un cinema che sta a metà tra fabula verista e forza dell’inquadratura, come limine di possibilità.

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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