domenica, Maggio 9, 2021

Venezia 68 – Concorso – Un été brûlant di Philippe Garrel (Francia, 2011)

Philippe Garrel è uno dei pochi cineasti capaci di filmare una cicatrice; nella ripetizione infinita del suo cinema coglie quasi sempre quel frammento invisibile che risede poco prima o poco dopo un’azione. Gesti, parole, movimenti disincarnati quasi fossero una scia di luce residuale dopo la fiammata di una lampadina difettosa.

Di quell’età bruciante il regista francese coglie proprio il momento aurorale o immediatamente successivo al crepuscolo; è un’attitudine che riempie di buchi neri la narrazione, un anti-procedimento che rifiuta lo schema della parola come sutura restituendo proprio a questa una funzione spettrale, allusiva.

Come il piano di John Cale, ancora una volta con Garrel, animato da un cromatismo minimale, Un été brûlant ricerca una complessa associazione dei colori distribuiti tra corpi e scena, elementi materiali e luce. Frèdèric (Louis Garrel) è un giovane pittore e vive con Angèle (Monica Bellucci) attrice stanziata a Roma; è un rapporto complesso e doloroso la cui osservazione ci arriva attraverso la mediazione di Paul, amico di Frèdèric, e della sua compagna Elisabeth, due comparse in cerca d’affermazione che trascorreranno alcuni giorni a Roma in compagnia della coppia.

Garrel invece di indicarci le motivazioni di una morte (o più morti) in divenire è interessato alle tracce di questo dolore, allo spazio abitato dai corpi, sia esso la casa Romana, luogo quasi sospeso in un oasi temporale irreale di consistenza pittorica, o il set cinematografico dove Monica Bellucci gira una sequenza spiata da Frèdèric, spazio fatto di architetture abbozzate, strutture sventrate, edifici che si aprono come cicatrici nel tempo, con una capacità di filmare quello che risiede tra vuoto e pieno che a memoria, ricorda i fantasmi di pochi altri cineasti, come per esempio Rivette e Lynch.

Lo schianto della macchina di Frèdèric che apre il film non è allora meno doloroso di qualcosa che avremmo potuto vedere un attimo direttamente precedente; sospeso nel tempo della morte si incunea immediatamente in quell’istmo difficile che cerca di cogliere il precipitare di un rapporto verso la fine attraverso la scoperta di un interstizio.

I volti di Monica Bellucci, Garrel, Jerome Robart, Celine Sallette sono sospesi in uno spleen senza origine e soluzione se non qulle legate alla verità di quell’attimo; “non sopporto di essere guardata mentre giro una scena”, grida Monica Bellucci a Roland, il suo amante-regista, durante la lavorazione di un film, e nel rifiutarsi di essere spiata non vediamo a chi si riferisce, esce solo di scena per rientrare in uno spazio indicibile; luogo sacro dove solo il riflesso sopravvive.

Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. È un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Si è occupato di formazione. Ha pubblicato volumi su cinema e new media. Produce audiovisivi

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