Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

8 Settembre, 2012
Venezia 69 – Concorso – Pieta di Kim Ki Duk (Corea del sud, 2012)

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Il ritorno di Kim Ki-duk al film di finzione pura è sicuramente tra gli eventi più attesi di Venezia 69. Ne è motivo la grave crisi personale e artistica che il regista ha dovuto affrontare tra il 2008 e il 2011, documentata in modo straziante dalla auto-confessione di Arirang (2011). Tutto ha inizio sul set “maledetto” di Dream (Bi-mong, 2008), in seguito a un incidente in cui una sua attrice ha rischiato di perdere la vita a causa delle pericolose condizioni in cui veniva girata la scena: uno choc che ha causato al regista una precipitosa caduta nel baratro della depressione, acuita successivamente da una serie di “tradimenti” inferti da alcuni collaboratori, rei di averlo abbandonato nell’indifferenza e di aver sfruttato opportunisticamente la sua paralisi esistenziale e creativa per far decollare la loro carriera. Negli ultimi fotogrammi di Arirang, Kim Ki-duk arrivava a filmare la sequenza di un suicidio simbolico, che era una dichiarazione esplicita della coincidenza di arte e vita, una catarsi figurativa e insieme una rituale rinascita.

Questo processo ha portato al folgorante risultato di Pieta, in cui Kim Ki-duk riprende il suo percorso autoriale con immutata fedeltà a sé stesso, innestandovi elementi formali derivati dalla sperimentazioni di Arirang e Amen (2011).
Il punto di partenza di Pieta è il culto del denaro, ormai assurto a generatore simbolico dei comportamenti sociali (“L’inizio e la fine di tutte le cose”, si afferma nel film). I rapporti si deformano, si corrompono, collassano e infine si trasformano perversamente in merce così come le persone. I poveri derelitti che popolano il degradato quartiere di Cheonggyecheon, sono un esempio fra tanti di questa mentalità: ricorrono a strozzini per poche manciate di won, senza pensare alle conseguenze, firmando polizze infortuni a garanzia del debito. Infortuni che, in mancanza dei soldi al momento del riscatto, pensa direttamente a provocare il brutale Kang-do, incaricato al recupero: mani stritolate dentro un tornio, azzoppamenti, ossa frantumate, tutto è concesso pur di far quadrare i conti. Ma chi è Kang-do, nel suo privato? Un giovane uomo solo, dalla vita anonima e monotona, in cui non c’è mai stata una famiglia e non esistono legami sentimentali. Per lui, gli altri sono qualcosa di estraneo che merita soltanto indifferenza, tant’è che anche i suoi slanci sessuali si consumano unicamente in un adolescenziale onanismo. Un giorno, una sconosciuta bussa alla sua porta dichiarando di essere la madre che trent’anni prima lo aveva abbandonato alla nascita. In principio Kang-do la respinge duramente, ma poco a poco la donna, armata di tenacia, riesce a conquistare il suo affetto. Sotto l’influsso positivo della donna, i metodi di Kang-do subiscono una progressiva mitigazione. Nell’ombra dell’idillio si cela però un inquietante segreto che porterà a esiti sconcertanti…

Rovesciamenti del rapporto vittima-carnefice, conversione di vendetta in pietas, per un tragitto che culmina in una proposta etica di condivisione della sofferenza, ispirato – per stessa ammissione del regista – al richiamo dell’abbraccio universale della Madonna della Pietà michelangiolesca. Nel sistema sincretico di Kim Ki-duk, le concezioni di spiritualità e di religione non sono da considerasi come sfere a sé stanti, isolate in un pantheon della trascendenza, né presenze totalizzanti a cui immolare la vita, bensì ingredienti dell’esistenza (terrena) stessa: tracciati guida per armonizzare la condotta umana piuttosto che materiale per speculazioni teologiche. Per descrivere il personaggio della “madre” nelle sue manovre di avvicinamento a Kang-do e di costruzione del rapporto con lui, Kim Ki-duk si serve di un numero di dialoghi certamente maggiore rispetto alle sue precedenti pellicole (nelle quali era data priorità alla forza evocativa del silenzio e dei rumori). Molto probabilmente alla base di questo diverso approccio alla parola non c’e soltanto un’esigenza drammaturgica, ma anche l’influenza del fluviale stream of consciousness di Arirang. Sempre da Arirang scaturiscono alcune interessanti elaborazioni stilistiche dell’inquadratura attraverso uno zoom a scatti che destabilizza la visione laddove vi sia urgenza di far esplodere il potenziale drammatico. Nel canto tragico di Arirang, la voce e lo sguardo di Kim Ki-duk si sono rafforzati. E il ritorno convince e commuove.

Diego Baratto