domenica, Marzo 7, 2021

Low tide di Roberto Minervini – Venezia 69 – Orizzonti –

Budget ridotto all’osso, sceneggiatura fantasma, luce naturale e attori non professionisti dalle esistenze complicate. Sono gli ingredienti di Low Tide, pellicola al confine fra fiction e documentario. Emigrato da dodici anni negli States, l’italiano Roberto Minervini va alla ricerca del cuore profondo di un’America ancora ruvida e rurale. Campi di grano a perdita d’occhio, battute di pesca e corse in bicicletta nella lunga estate calda di un dodicenne che vive con una madre alcolizzata e senza soldi, impiegata in un ospizio della zona. La ripetitività ciclica dei giochi del protagonista scandisce il tempo del film, che si propone come la cronaca amara di un’infanzia rubata. Circondato da personaggi squallidi e grotteschi, da adulti irresponsabili e da anziani malati (gli ospiti dell’ospizio dove la madre lavora), il bambino cerca negli animali e negli spazi naturali quell’habitat domestico che la sua “famiglia” non sembra in grado di offrigli. La casa è un ambiente spoglio e disadorno, un insieme di stanze vuote che gridano miseria e squallore, mentre la campagna esplode di luce e brulica di vita. L’occhio del regista osserva quel che accade, registra le mosse e i non detti, rimanendo alla giusta distanza e cogliendo in uno sguardo l’essenza del turbamento emotivo che agita il protagonista. Tuttavia, pur riuscendo efficacemente a restituire il senso di nausea che lo invade fino al tentativo di liberazione finale (che ne è il corrispettivo simbolico),“Low Tide” fatica a decollare, limitandosi a ribadire lo spunto narrativo di partenza e rimanendo fermo al convenzionale ritratto di un’America sporca e cattiva, protagonista silenziosa di molte pellicole indipendenti. A dominare è il dissidio non riconciliato fra natura e cultura, fra i ritmi ordinati della realtà fisica e il caos che invade la vita familiare. La parola ha poco spazio in un universo dove alcool e stanchezza erigono barriere fra gli individui, isolando il bambino senza nome che bussa a molte porte (quella della camera della madre o quella della roulotte del vicino), cerca interlocutori fra chi non è in grado di comprenderne le esigenze, finendo per tornare a giocare con pesci e lucertole. Così, fin dall’inizio, mentre un cucciolo di uomo gioca con i serpenti del Texas bruciato dal sole, si attende una catarsi rimandata all’avvolgente inquadratura finale, quando tenerezza e paura avranno la meglio sull’indifferenza.

 

Sofia Bonicalzi
Sofia Bonicalzi è nata a Milano nel 1987. Laureatasi in filosofia nel 2009 è da sempre grande appassionata di cinema e di letteratura. Dal 2010, in seguito alla partecipazione a workshop e seminari, collabora con alcune testate on line.

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