Dopo l’anteprima alla Biennale Cinema 2025 e la programmazione speciale al cinema Sacher di Roma durante il maggio scorso, la miniserie in sei episodi ideata da Hagai Levi, ispirata alla vita e al diario di Etty Hillesum, è presente su Arte France fino al 12 novembre 2026. Oltre alla programmazione limitata, la circolazione italiana per il nuovo lavoro del regista e produttore israeliano non è ancora stata definita, proprio per questo la letteratura critica disponibile nel nostro paese è contenuta entro una cornice trascurabile.
Sulle scelte formali dell’intero progetto, la stampa internazionale ha invece già espresso alcune perplessità, per il sostanziale rifiuto da parte dello showrunner di affrontare una ricostruzione filologica e collocare gli eventi descritti tra le pagine del Diario, in una dimensione se non contemporanea, sicuramente equitemporale. L’Amsterdam ricostruita da Levi non è quella degli anni quaranta e pur non spingendo affatto sulla presenza di una realtà modificata dall’uso degli strumenti digitali, totalmente assenti dai sei episodi, abiti, automobili, momenti collettivi e spazi di aggregazione, sono quelli riconoscibili a cavallo tra il ventesimo e il ventunesimo secolo.
Senza cancellare la presenza dell’occupazione nazista, Levi trasforma la necessità di ricostruire la successione di eventi storicamente identificabili, in una minaccia perturbante che produce comunque le leggi anti-ebraiche, le aggressioni, le pressioni violente degli occupanti e i rastrellamenti, spinti nello spazio di una visione periferica e laterale, ma proprio per questo vicini ad una quotidianità ormai assimilata, che si avvicina maggiormente ai giorni nostri.
Questa distanza voluta dai codici del dramma di ambientazione, nelle intenzioni di Levi è un tentativo di tenere a distanza tutta la retorica celebrativa che accompagna alcune produzioni più recenti dedicate alla Shoah, per rilanciare la figura di Hillesum come strettamente necessaria per interpretare il presente.
Il racconto si ferma allora sulla soglia del campo di Westerbork, per evitare la reiterazione iconografica di un modello e concentrare l’attenzione sul percorso di trasformazione spirituale di Etty.
Si potrebbe obiettare, come del resto ha fatto parte della stampa israeliana, che l’astrazione della messa in scena rispetto ad ogni specificità storica, rischi di far scivolare il progetto dalle parti di una generica allegoria, tanto da generare alcune forzature nella descrizione di un contesto sociale che non sembra innestarsi perfettamente nel tempo presente.
Ma a Levi non interessa definire Etty attraverso il peso scientifico della Storia, privilegiando quindi un marcatore universale come quello che emerge dalla lettura attenta delle pagine del diario e che delinea intuizioni spirituali ben precise, tra cui il rifiuto della circolarità dell’odio, tema che ben si adatta alla lettura di tutti i conflitti globali in corso.
Levi segue il percorso di crescita interiore della donna interpretando con il tramite di una vibrante Julia Windischbauer, tutta quella fisicità che emerge dalle prime pagine del diario, dove l’espressione di un erotismo incontenibile, si dibatte tra la relazione con il fidanzato e quella con Julius Spier. Una possente spinta centrifuga, vissuta come costante pressione esterna e che ancora non riesce a definire quel tutto da cui promana. Attraversata dalla frammentazione del desiderio e da un eccesso di vita caratterizzato dalla forte ansia cognitiva, abita nel caos di energie contrastanti che Levi rende vive con un cinema del moto perpetuo, stretto sul personaggio e sulla possibilità che le mutazioni invisibili passino attraverso la definizione dei confini stabiliti dal corpo.
Collocato all’interno di una città saturata da informazioni e attività febbrili, lo sguardo trova infatti approdo nella mappatura attenta dei volti, secondo una dialettica che emerge in modo più esplicito rispetto a Scenes from a Marriage. Quella dimensione confessionale trascolora le emozioni in una dimensione immanente, dove alla verticalità ascensionale del sentimento mistico, Levi sembra privilegiare il radicamento con le meraviglie del mondo e il sottomondo delle forze distruttive.
“Dentro di me c’è un pozzo molto profondo. E in quel pozzo c’è Dio” è una delle riflessioni contenute nel diario, che il regista israeliano sembra aver trasformato nel motore creativo che anima i sei episodi della serie, alla scoperta di uno strato più profondo della realtà, mediante i segni empiricamente dati.
La Hillesum di Levi quindi occupa ancora lo spazio intermedio tra vitalismo e mistica, come se due forme apparentemente antipodali, non fossero altro che l’intreccio pulsionale necessario per comprendere non solo una delle figure più complesse del novecento, ma la chiave interpretativa di una realtà altrimenti immersa nel linguaggio della vendetta e della reazione.
La specificità ebraica è quindi descritta intimamente, come lettura e interpretazione dell’invisibile attraverso le tracce dell’esistenza corporea, una traduzione in movimento dell’ipertrofia verbale che caratterizza la scrittura di Hillesum.
Se c’è mistica allora è nell’esubero d’esperienza mondana invece che nell’isolamento monastico, una forma di preghiera che nasce dalla radicale erosione dei confini che mettono un corpo o un’identità, contro l’altra.
Non è un caso che Levi ricorra all’edizione dei diari curata da Klaas A. D. Smelik, figlio di Klaas Smelik, l’amico comunista della donna, che nella serie serve come dispositivo dialettico per ricostruire il dissidio vivissimo tra due diverse visioni di resistenza al male e all’odio, nella forma di una lunga registrazione radiofonica. La versione integrale, pubblicata in Italia da Adelphi solo nel 2012, include l’episodio dell’aborto autoindotto, al quale il regista israeliano dedica un frammento determinante nella scansione degli episodi, dove la donna ingerisce venti compresse di chinino, ricorre ad acqua calda e ad alcuni strumenti rudimentali, per interrompere una gravidanza indesiderata.
L’evento documentato si colloca nel dicembre del 1941, nella fase ancora progressiva dell’itinerario spirituale di Hillesum, proprio quando la preghiera e il gesto di inginocchiarsi stanno diventando pratica quotidiana. Esperienza religiosa, sessualità e violenza esercitata sul proprio corpo, convivono nello stesso spazio testuale dei diari, senza che Etty separi un’ideale sfera spirituale purificata, dalla materialità dell’esistenza.
L’episodio produce quindi una frizione perturbante con ogni tentativo di costruizione agiografica della scrittrice. Era assente dalla selezione approntata da Jan G. Gaarlandt, che per anni ha consegnato anche ai lettori italiani un profilo di Hillesum concentrato prevalentemente sull’evoluzione spirituale e privato di numerosi materiali personali, sessuali e psicologici. Scelta che ha favorito una ricezione spiritualizzante e in alcuni contesti, l’appropriazione cristiana di una figura la cui esperienza religiosa rimane certamente ebraica, ma anche eterodossa e irriducibile ad un modello confessionale esclusivo.
Levi sceglie una via narrativamente radicale, probabilmente per evidenziare questi aspetti inscindibili nel percorso di Hillesum e dedica all’aborto la parte centrale dell’ultimo episodio della serie, immediatamente prima della partenza volontaria della donna per il campo di transito di Westerbork, rinuncia radicale di tutti quei privilegi sui quali avrebbe potuto contare per salvarsi la vita. Modifica allora la qualità di un evento trasformativo, che nei diari appartiene ancora alla fase iniziale del cammino interiore, in un rito di passaggio. La ricollocazione cronologica, può allora essere un invito a leggere la rescissione del legame biologico come l’ultimo atto di una vita ancora trattenuta nella sfera privata, prima dell’ingresso in una dimensione etica interamente rivolta all’altro. Levi impedisce che la spinta trascendentale venga separata dalle numerose fasi della vita corporea, anche quelle più traumatiche.
Ecco che l’interlocuzione confessionale con Smelik, testimone della scrittura di Etty, sopraggiunge quando il diario stesso non è più sufficiente. Se il primo rappresenta la resistenza politica, Etty contrappone una dimensione spirituale che la rende improvvisamente irriconoscibile.
Il confronto tra i due, anche in funzione della collocazione narrativa della pratica abortiva, svela due diverse concezioni di ciò che comporta recidere un legame, dove all’idea di lotta e appartenenza, subentra uno spazio di ridefinizione identitaria, in cui persino il rapporto con il proprio corpo viene modificato.
Nell’intenzione di realizzare un lavoro fortemente antiapologetico e radicato in un presente tanto astratto quanto universale, Hagai Levi cerca di percorrere una via profondamente laica verso la comprensione di quel mistero che ha consentito a figure illuminate di “raccogliersi e […] distruggere ciò per cui (si) ritiene di dover distruggere gli altri”.
[Immagine dell’articolo: Foto dall’archivio di Michele Faggi, rielaborata con strumenti digitali e corretta con ausilio di AI. © indie-eye 2026 ]


