sabato, Settembre 26, 2020

Der goldene Handschuh di Fatih Akin – Berlinale 69 – Concorso: recensione

Il “guanto dorato” è la birreria del quartiere St.Pauli di Amburgo, quello a luci rosse, dove Fritz Honka va a sfondarsi e a rimorchiare qualche vecchia puttana. Che ogni tanto si porta a casa, nel suo squallido sottotetto, e ogni tanto ammazza. Poi ne trancia il corpo, lo insacca e lo caccia in un ripostiglio insieme a qualche arbre magique. E quando gli chiedono come mai lì dentro ci sia una puzza bestiale, lui dà la colpa ai greci che abitano “qui sotto” e “cucinano chissà cosa”.

Per chi conosce Amburgo o la cronaca nera tedesca, il rischio spoiler è zero. Fritz Honka è stato un serial killer attivo agli inizi degli anni Settanta. Akin racconta le sue imprese a partire dal libro eponimo del film, che Heinz Strunk ha pubblicato nel 2016 per Rowohlt. Tutto quello che si vede è vero, come dimostrano le immagini dei titoli di coda tratte dai giornali dell’epoca.

Una sorta di A sangue freddo, dunque? Una sporca storia della Repubblica federale, con un’ambientazione che può ricordare “Tutti lo chiamano Ali” (1974) di Fassbinder? Non proprio. Akin paciuga con materiale umano, e con un tipo di violenza, sicuramente riconducibile agli anni Settanta o a certo cinema estremo. Le prostitute corpacciute e sfatte sembrano uscite dal paesino di Big Tuna (quello di “Cuore selvaggio”), la perentorietà della messinscena, che brutalizza i corpi sullo schermo e lo stomaco dello spettatore, potrebbe fare pensare per un millisecondo ai vecchi giochini di Haneke. Ma a ben vedere Akin non si spinge né oltre la carne putrefatta, né ci scava sotto, né prova a elevarla, a moltiplicare i piani. Il film parte e termina sotto il segno del disgusto.

Negli ultimi anni il regista tedesco ha mantenuto il suo andamento altalenante, pur con una media qualitativa molto alta. Il road movie “Tschick” (2016), anch’esso un adattamento letterario, è un magnifico film per tutte le età; “Oltre la notte” (2017), pure candidato all’Oscar, è meno incisivo ma ha il pregio di affrontare un tema scottante come il terrorismo neonazi in Germania.

Questo ritorno ad Amburgo, sua città natale dove si svolge peraltro “Soul Kitchen”, lasciava ben sperare. E l’ambientazione a St. Pauli, una sorta di Kreuzberg anseatico, richiama all’istante l’entropia pulsionale de “La sposa turca” (2004). Tecnicamente parlando, il film non fa una piega a cominciare dal trucco incredibile a cui è stato sottoposto Jonas Dassler, giovane e piacente promessa del cinema tedesco, che qui incarna plasticamente l’orrore.

L’aspetto forse più allibente del film è proprio la coincidenza tra il sembrare e l’essere, e la decisione di restituire lo schifo, le atrocità, senza alcun commento né contrappeso. Eccezion fatta per le vecchie, melense canzoni Schlager, che permeano la colonna sonora molto più del lavoro di FM Einheit ex Einstürzende Neubauten. Nella scena forse più raffinata della pellicola piovono vermi nella zuppa di una ragazzina greca al piano di sotto. Akin però non ha la visionarietà ossessiva di Argento, gli manca lo spirito ludico di John Waters nell’inscenare il vomito, le sue scenografie ci restituiscono il mondo di Honka alla perfezione, ma oltre alla planimetria 1:1 non c’è nulla, sotto il pervertito niente.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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