domenica, Settembre 27, 2020

Grâce à Dieu di François Ozon – Berlinale 69 – Concorso: recensione

Parlare nel 2019 di preti pedofili rischia di sembrare tardivo, la ripetizione di un vecchio cliché – che essendo tuttavia confermato dai fatti, non merita l’archiviazione. Né alcuna forma di prescrizione. Ozon prova a tradurlo seriamente in cinema, inserendosi più nell’alveo del “Caso Spotlight” (2015) che in quello della “Mala educación”.

Lo fa con una premessa coraggiosa. Il primo terzo del film è tutto sulle spalle di Melvil Poupaud, con l’aria seria e dolente che conosciamo dal “Tempo che resta” (2005). L’attore interpreta Alexandre Guérin, uomo in carriera e padre di famiglia, con ben cinque figli che porta ogni domenica in chiesa. Alexandre, più volte molestato da bambino, è un fervente cattolico. A mettergli le mani addosso era stato un carismatico prete di Lione, padre Preynat, pedofilo confesso che ora, all’età di settant’anni, continua a insegnare il catechismo ai bambini. Questo perché, pur avendo più volte ammesso il suo “problema coi ragazzini”, la gerarchia ecclesiastica lo ha sempre difeso. Le vittime sono centinaia. Alexandre decide di fare qualcosa.

Grâce à Dieu non deve inventarsi nulla, perché è tutto vero. Anzi – ed è questo il grosso problema del film – la giustizia sta facendo il suo corso, e i titoli di coda ci informano che la sentenza chiave è attesa per i primi di marzo 2019. Al momento di scrivere queste righe il calendario segna metà febbraio. Questo significa che Ozon veste i panni semidocumentaristici di un Michael Moore intenzionato a influenzare il dibattito sul tema, almeno nel proprio Paese. Il che ammanta la pellicola di un’aura non entusiasmante da instant movie.

Un’altra pecca è la struttura stessa del film, che procede per cerchi allo scopo di raccontare passo passo le vicende a partire dal 2015. L’avvio è efficace grazie allo stile epistolare – vengono lette tutte le mail di Alexandre, e le risposte della diocesi – e soprattutto perché ci offre un punto di vista cattolico, quindi concentrato sui crimini e scevro da livori anticlericali. Un punto di vista che si stempera molto con i “cerchi” successivi, quando entrano in azione altre vittime che decidono di seguire l’esempio di Alexandre, si organizzano, sfidano l’omertà e mettono in angolo la curia di Lione capeggiata da monsignor Barbarin.

Un Ozon militante, quindi? Un film a metà strada tra affabulazione e rigore documentario? L’impressione è che la volontà di “raccontare tutto” appesantisca e faccia perdere di vista alcuni aspetti capaci di sopravvivere alla nuda cronaca, come la fede di Alexandre, con la quale un Abel Ferrara in forma avrebbe fatto faville. Così com’è, Grâce à Dieu è onesto, cronachistico, persino troppo diligente. In tema di nitroglicerina in chiesa, meglio recuperare “Kler” (2018) di Wojciech Smarzowski, film polacco coraggiosissimo, spassoso ed equilibrato, anche nella sua dialettica non ideologica col moloch della chiesa cattolica.

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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