Indie-eye – Cinema – Rivista di Critica Cinematografica

Cinque donne. Cinque film. Cinque modi di concepire il cinema. Il cinema spagnolo a Pesaro 55 

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[Nella foto Ainhoa: Yo no soy esa di Carolina Astudillo]

«Lo sai che il giorno distrugge la notte» canta Jim Morrison in Break on Through (To the Other Side), Andrea Jaurrieta parte dal giorno, la sua protagonista Ana vive in un meccanismo ripetitivo. La stessa storia, le stesse sensazioni, gli stessi meccanismi finché non decide di addentrarsi più a fondo, nella notte, in quello spazio dove non è più se stessa, ma, soprattutto, non ha bisogno di esserlo. Ana de dia’ gioca con il suo doppio, la protagonista non fa nessuno sforzo per difendere la sua visione, si fa da parte, semplicemente, lascia che subentri il suo alter ego. Ana, sollevata dal peso delle responsabilità, affitta una piccola stanza, si tinge i capelli e trova lavoro facendo ciò che ha sempre desiderato: ballare. Ingrid García Jonsson nel ruolo di Ana/Nina è sempre misurata, calibra con attenzione ogni gesto, lasciando che gli spettatori siano divorati dal dubbio, è Nina a essersi impossessata di Ana o quello che abbiamo visto nella prima parte era solo una versione artificiale, addomesticata di se stessa, costruita e modellata su ciò che gli altri volessero? Non si finge di essere qualcun altro ma come suggerisce l’autrice e Luis Buñuel a cui anche il titolo stesso del film sembra alludere, Belle de jour, il desiderio non vive solo nel sudore e nella pelle ma nell’immaginazione. Una bruciante esplorazione freudiana che fornisce una quantità di suggestioni a tutti quelli che vogliono ragionare sul senso del solco che li separa dagli altri.

Anche se forma e stile sono diametralmente opposti il secondo lungometraggio di Carolina Astudillo riflette ancora sull’identità. Con la stessa canzone dei The Doors del 1967 i versi continuano così: «Ho cercato di correre, ho cercato di nascondermi». Ainhoa: Yo no soy esa racconta la storia di un adolescente che si è suicidata nel 2006, quando aveva 34 anni, lasciando nei suoi diari la traccia profonda di sé, come aveva fatto Frida Kahlo, quando nei suoi appunti aveva registrato il dolore sofferto negli ultimi anni di vita. Quelle parole sono un testimone silenzioso che hanno permesso alla regista di raccontare una storia che in parte era rimasta sottochiave. Una cronaca alternativa che è il risultato di un monumentale lavoro di visualizzazione, ordinamento e selezione di materiale cinematografico fatto in casa, filmini in super-8, fotografie e nastri audio.

Carolina racconta nel suo documentario la quotidianità di Ainhoa, convinta di lasciar emergere una personalità singolare, sconosciuta in molti casi, per quello che scrive nelle pagine del suo diario, a fratelli, genitori e amici. Sia la regista che la protagonista sono nate negli anni Settanta, una in Cile, l’altra in Spagna, in qualche modo le loro vite sono unite dall’eco lontano delle dittature che si sono verificate in entrambi i paesi proprio mentre loro crescevano. Entrambe fanno parte di una generazione disincantata che credeva nei cambiamenti che non sono mai arrivati. La vita non è innocua, può essere estenuante e sconfortante come dimostra Anxos Fanzás. «Qui abbiamo dato la caccia ai nostri piaceri» continua Jim e sembra ben tradurre l’intento dalla regista della pellicola A Estaciòn Violenta. Feste, postumi di sbornie, sguardi persi e conversazioni che rimembrano solo il passato, prova di un futuro che non esiste. La macchina da presa segue Manuel nella sua casuale, ordinaria e deprimente quotidianità, un ritratto doloroso e spietato di una generazione perduta che ha smarrito la grinta e ora abita uno spazio spettrale. Malinconia, vuoto, confusione, questo film si affida più ai movimenti, ai corpi degli attori, che non alle parole, lo spazio diventa il luogo di infiniti girotondi da cui è impossibile evadere.

«Lì abbiamo sepolto i nostri tesori». In una lenta ed evocativa ricerca Diana Toucedo sembra travolta dalla ricchezza e dalla bellezza che ha trovato di fronte a sé in sei anni di riprese. Trinita Lumes, che in galiziano significa trenta fuochi, fa riferimento ai fuochi che scaldano le case in cui stanno crescendo i bambini, barlume di un domani in questo luogo piccolo e remoto. Il film che si pone come una forma ibrida, documentario-fiction, ha lo scopo di analizzare e riscoprire aspetti ormai quasi sommersi di una cultura per la quale la regista sente un profondo attaccamento. Un’esplorazione visiva guidata da Alba, una ragazzina di dodici anni che vuole scoprire l’ignoto ed è affascinata dalla morte. Sono lei e Samuel i condottieri in questo viaggio attraverso case abbandonate, villaggi distrutti e passaggi di montagna nascosti a svelarci la magia dietro questa piccola regione galiziana di O Courel, colmando il divario tra fantasia e realtà.


 

Francesca Fazioli

Francesca Fazioli

Laureata nelle discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Dopo una tesi sul teatro, sul cinema mai discussa e sull'ascolto per la conclusione del Master ho capito che la curiosità è diventata confusione. Adoro i concerti, la Signora del Venerdì e i libri di Jonathan Franzen.