venerdì, Agosto 14, 2020

Siberia di Abel Ferrara nelle sale italiane: la recensione in anteprima

Sono poche le personalità in grado di sfornare un film senza trama, fuori dal tempo e dalla geografia, che rapisce per un’ora e mezza e comunica lo stesso senso di solidità e completezza di una sceneggiatura di Billy Wilder.

Questa magia, irrazionale e al contempo concretissima, sanguigna, riesce al cattivo maestro per eccellenza del cinema americano, Abel Ferrara. Da anni cittadino di Roma, ossessionato da Pasolini e pasolinismi come Morrissey in trasferta, con Siberia il regista di tanti classici selvatici anni Ottanta e Novanta torna a conquistare la rilevanza nonchalante, spontanea, degli autori che non hanno bisogno di spiegare per sedurre.

E in Siberia le spiegazioni non vanno neanche in esilio: dialoghi in russo e yupik senza sottotitoli, passaggi dalle nevi al deserto alle foreste temperate senza soluzione di continuità, caverne popolate da corpi nudi e sofferenti e case in fiamme in cui si svolgono esecuzioni sommarie sotto gli occhi dei ragazzini. Una bimba che è un bimbo. Il sole rosso in un acquitrino sotterraneo. Tutto questo, e molto altro, va a comporre una traiettoria visionaria che a tratti pare un “Tree of Life” andato a male. In assenza della logica sono le pulsioni a dettar legge, a guidare lo sguardo.

Al centro di questo delirio deliberato, evidente alter ego del guru dietro la macchina da presa, un Willem Dafoe magnetico, fragile, che si sdoppia e a un certo punto mette su un 45 giri rosa: Runaway di Del Shannon. Il primo disco che lui, Willem (e forse anche Clint, il personaggio) ha acquistato da bambino. E allora ci sta pure che la foto ingiallita che appare sul finire del film sia proprio quella della famiglia Dafoe negli anni Sessanta.

È questo tipo di autenticità a pelle, estranea alla logica classica del racconto, a fare di Siberia un viaggio credibile, surreale sì ma non assimilabile a un mero esperimento d’avanguardia. Merito non solo di Ferrara, che da anni sperava di produrre lo script, ma anche del co-sceneggiatore Christ Zoist (subentrato di fatto a Nicholas St. John a partire dal 1997), del direttore della fotografia Stefano Falivene e dei suoi paesaggi innevati, dei droni ipnotici ideati da Neil Benezra.

Tirare in ballo la trascendenza con Abel Ferrara è prevedibile come nel caso di Schrader e Dreyer. Eppure con Siberia – titolo, va da sé, puramente metaforico – si ha l’impressione di assistere a un “Cattivo tenente” con tutte le scene diegetiche eliminate e il protagonista dedito solo a pianti isterici in chiesa o nudo, perso, al suono di un lento.

Persino l’uso di un pezzo metal spaccatimpani, Volcanos dei Bloodspot, che pare uscito da Lost Highway, s’integra alla perfezione nella natura e aggiunge senso a un livello preconscio.

Cinema sciamanico quello di Siberia, libero e selvaggio come il sogno d’un Jack London febbricitante.

Dopo essere stato presentato in Concorso alla 70. Berlinale, arriva al cinema dal 20 agosto Siberia, l’ultimo film di Abel Ferrara, una produzione Vivo film con Rai Cinema, maze pictures e Piano che segna una nuova collaborazione tra il regista e Willem Dafoe, dopo New Rose Hotel, Go Go Tales, 4:44 Last Day on Earth, Pasolini, Tommaso. La distribuzione è a cura di Nexo Digital

Simone Buttazzi
Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.

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