{"id":11930,"date":"2012-09-05T04:02:32","date_gmt":"2012-09-05T02:02:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/?p=11930"},"modified":"2014-11-30T19:50:17","modified_gmt":"2014-11-30T17:50:17","slug":"venezia-69-concorso-outrage-beyond-di-kitano-takeshi-giappone-2012","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/strana-illusione\/venezia-69-concorso-outrage-beyond-di-kitano-takeshi-giappone-2012.html","title":{"rendered":"Venezia 69 \u2013 Concorso \u2013 Outrage beyond di Kitano Takeshi (Giappone, 2012)"},"content":{"rendered":"<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-11931\" title=\"outrage_beyond\" src=\"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-content\/uploads\/outrage_beyond.jpg\" alt=\"\" width=\"452\" height=\"300\" \/>Con l\u2019uscita di <strong>Outrage<\/strong> (2010), molta critica ha ritenuto di avere in mano la prova definitiva della completa eclissi di <strong>Kitano Takeshi<\/strong>, mentre il pubblico ha salutato il film con grande entusiasmo, rendendolo il maggior successo d\u2019incassi del regista. Al di l\u00e0 di questo, una cosa appariva fuori discussione: le traiettorie del cinema di Kitano puntavano verso orizzonti imperscrutabili.<\/p>\n<p>Come prima cosa bisogna considerare il retroterra da cui proviene Outrage, ovvero la cosiddetta \u201ctrilogia del suicidio artistico\u201d (<strong>Takeshis\u2019s<\/strong>, 2005; <strong>Glory to the filmaker<\/strong>, 2007; <a href=\"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/strana-illusione\/venezia-65-%e2%80%93-%e2%80%9cakires-to-kame%e2%80%9d-di-kitano-takeshi-concorso.html\"><strong>Akires to kame<\/strong><\/a>, 2008): un rito auto-riflessivo con cui Kitano, destrutturando e dissacrando il proprio cinema, ha fatto i conti (con mirabile e sincera umilt\u00e0) con la crisi creativa che lo aveva colto. Un esercizio che ha messo a nudo anche le considerevoli preoccupazioni performative di Kitano per le prospettive di sviluppo del suo cinema, il quale continuava ad alimentare aspettative smisurate, destinate comprensibilmente (e meno male che pure Kitano \u00e8 umano!) a non poter trovare ancora le stesse soddisfazioni di quella grande stagione, colma di assoluti capolavori, che va dall\u2019esordio con Violent Cop (1989) sino a Dolls (2002).<\/p>\n<p>Superata (?) questa parentesi della sua carriera, il ritorno ai climi dello yakuza eiga suonava come l\u2019annuncio di un atto palingenetico; una nuova verginit\u00e0 che avrebbe segnato un diverso approccio, magari in chiave revisionistica, al genere prediletto dal regista, che oltretutto ne ha accolto i natali cinematografici. Outrage invece si \u00e8 rivelato un\u2019asfittica riproposizione di figure retoriche kitaniane sviscerate in toto nella loro capacit\u00e0 di significazione; un centone di superfici stilizzate che non esprimono pi\u00f9 nulla della poetica dell\u2019autore, n\u00e9 tantomeno si spingono in altre direzioni. La corsa degli yakuza verso il loro destino di morte non \u00e8 pi\u00f9 tragica; dell\u2019estasi della violenza cristallizzata in attimi atemporali non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 traccia e nemmeno della dolcezza struggente ad essa intrecciata. Se un tempo Kitano infrangeva le regole del genere per servirsene come laboratorio per la propria formula autoriale, con Outrage queste conquiste sono state inghiottite e digerite dal genere.<\/p>\n<p>Nel sequel<strong> Outrage beyond<\/strong>, in concorso a Venezia 69, la fisionomia del prototipo, descritta poc\u2019anzi, viene replicata e Kitano finalmente scopre le carte: il \u201cnuovo\u201d corso del suo cinema post trilogia \u00e8 imperniato su un\u2019idea industriale di produzione in serie con mere finalit\u00e0 ludiche (Outrage e Outrage beyond fanno parte di un progetto unico, dato che in serbo c\u2019\u00e8 gi\u00e0 la sceneggiatura del terzo capitolo). Una volta esaurita la linfa della sua poetica, Kitano non poteva che ripiegare sul mestiere maturato lungo la carriera, esattamente come i personaggi di questi ultimi film, che sono figure dischiuse solo e soltanto dalla loro \u201cprofessione\u201d, le cui vite al di fuori del clan sono espunte dalla narrazione. Lo stesso mondo della mafia organizzata \u00e8 raccontato come l\u2019ipertesto di una realt\u00e0 imprenditoriale (l\u2019industria cinema, forse?), in cui arrivismo, opportunismo e vocazione al tradimento restano gli ingredienti pi\u00f9 consueti ed efficaci per ottenere la carica ambita. La lotta, per dirla con <strong>Fukasaku,<\/strong> \u00e8 senza codice d\u2019onore e il pi\u00f9 sordido dei doppiogiochisti stavolta \u00e8 un agente di polizia intrallazzatore che &#8211; e qui il tratteggio \u00e8 interessante &#8211; assume i contorni di una diffusa tipologia di uomo politico votato alla demagogia, agli orditi machiavellici, alla lungimiranza implacabile.<\/p>\n<p>Se si volesse apprezzare Outrage beyond ritenendolo unicamente come ortodosso film di genere con sedimenti kitaniani, i conti ancora non tornerebbero a causa dello squilibrio narrativo e di registro fra la prima e la seconda parte. Per pi\u00f9 di un\u2019ora il film affoga in un diluvio di logorrea \u2013 si parla, si parla, si parla, rinchiusi fra le quattro mura di uffici claustrofobici \u2013 che riesce a devitalizzare persino l\u2019elegante sintesi visiva della violenza di molte scene dell\u2019ora seguente. Non mancano interventi ironici, come una tortura con raffiche di palline da tennis in piena faccia &#8211; tra le poche cose azzeccate del film. Ecco dunque il Kitano d\u2019oggi: n\u00e9 risorto, n\u00e9 rinnovato, ma molto pi\u00f9 semplicemente omologato. Prendere o lasciare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-11931\" title=\"outrage_beyond\" src=\"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-content\/uploads\/outrage_beyond.jpg\" alt=\"\" width=\"452\" height=\"300\" \/>Il \u201cnuovo\u201d corso del cinema Kitaniano post trilogia \u00e8 imperniato su un\u2019idea industriale di produzione in serie con mere finalit\u00e0 ludiche; la recensione di Outrage Beyond scritta da Diego Baratto, in concorso a Venezia 69 &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":30,"featured_media":71757,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"wpai_generated_summary":"","wpai_meta_description":"","footnotes":""},"categories":[156,19,10,8,150,240],"tags":[],"class_list":["post-11930","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-concorso-venezia-69","category-news","category-recensioni","category-strana-illusione","category-venezia-69","category-venezia69"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11930","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/30"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=11930"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11930\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media\/71757"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=11930"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=11930"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=11930"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}