{"id":20397,"date":"2014-04-19T16:35:54","date_gmt":"2014-04-19T14:35:54","guid":{"rendered":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/?p=20397"},"modified":"2017-10-17T23:52:38","modified_gmt":"2017-10-17T21:52:38","slug":"r100-di-hitoshi-matsumoto-la-recensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/news\/r100-di-hitoshi-matsumoto-la-recensione.html","title":{"rendered":"R100 di Hitoshi Matsumoto: la recensione"},"content":{"rendered":"<p>Il nuovo film di <strong>Hitoshi Matsumoto<\/strong>, uscito in Giappone ad ottobre, sta facendo il giro dei Festival internazionali, dopo la presenza al Toronto Film Festival nella sezione Midnight Madness ha proseguito il suo corso al Sundance Film Festival, al Festival internazionale di Rotterdam, a quello del nuovo Cinema di Montr\u00e9al, al festival internazionale del Film di Busan, al CPH PIX, e recentemente all&#8217;appena concluso Hong Kong International Film Festival. Ancora inedito nel nostro paese, ha suscitato reazioni contrastanti sopratutto tra la stampa anglofona, pi\u00f9 a suo agio evidentemente con il contesto apertamente surreale che Matsumoto allestiva nei suoi primi film. R100 \u00e8 da un certo punto di vista pi\u00f9 vicino alla struttura tradizionale del precedente <strong>Saya-zamurai<\/strong>, probabilmente il suo titolo pi\u00f9 &#8220;narrativo&#8221;, ma allo stesso tempo nasconde una complessa struttura nidificata che consente all&#8217;autore giapponese di lavorare su temi a lui cari. Il risultato \u00e8 ancora pi\u00f9 destabilizzante, perch\u00e8 se il set di <strong>Symbol<\/strong> era in fondo una geniale macchina autoctona, quello di <strong>R100<\/strong> entra con una certa forza nella realt\u00e0 famigliare e politica Giapponese aprendo una serie di squarci tra sogno e realt\u00e0 che gli consentono una feroce iconoclastia di fondo anche nei confronti della sua cultura.<\/p>\n<p><strong>Takafumi Katayama<\/strong>, interpretato da un notevole&nbsp;<strong>Nao Omori<\/strong> (Ichi the killer) \u00e8 il classico uomo comune a cui Matsumoto ci ha abitutato, costretto a vivere un&#8217;incredibile esperienza fuori dalla realt\u00e0 conosciuta; la sua passione segreta \u00e8 il Bondage, unica fuga parallela ad una vita sempre uguale a se stessa, assorbita dall&#8217;impiego in un negozio dove rappresenta articoli per la casa. In un&#8217;apertura urbana verso l&#8217;ignoto, firmer\u00e0 un contratto con un club esclusivo, le cui clausole rigidissime includono l&#8217;obbligo di farsi maltrattare per un anno intero da un gruppo di dominatrici assortite, equipaggiate con frustini, pelle nera, morso con palla.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 dall&#8217;inizio, lo spazio \u00e8 filmato come improvviso slittamento di senso, Matsumoto non ci fornisce coordinate narrative sufficienti, la logica \u00e8 quella di un&#8217;improvvisa spaccatura di matrice quasi Lynchiana, tanto che le torturatrici di Katayama si manifestano nei contesti pi\u00f9 impensabili in mezzo ad una strada isolata, all&#8217;interno di un Sushi bar, dentro la sua abitazione.&nbsp;Il quotidiano allora erompe violentemente nel continuum onirico, quasi fosse una dimensione che sostituisce la sua pregranza e priorit\u00e0 con quella del sogno; \u00e8 per esempio la relazione con il figlio piccolo e la presenza della madre e moglie costretta in un letto di ospedale da un coma irreversibile; momenti in cui la sofferenza ricercata da Katayama acquisisce un senso diverso, come quello di una sublimazione necessaria.<\/p>\n<p>Ma non \u00e8 solamente il doppio movimento di entrata e uscita d\/alla realt\u00e0 quello che costituisce la complessa stratificazione di R100, perch\u00e8 a poco a poco scopriremo uno dei significati del titolo, legato alla proiezione privata di un film appena realizzato da un regista ultracentenario che assume quasi la posizione di un saggio e impotente demiurgo. Seduto in sala di proiezione il vegliardo se la ride beffardamente mentre osserva il calvario sadomaso del povero Katayama, personaggio del suo ultimo film estremo, interrotto costantemente dagli impiegati dell&#8217;organismo di censura che lo stanno visionando con lui. R100 \u00e8 allora la formula &#8220;Restricted&#8221; applicabile ad uno spettacolo intollerabile, quasi una traduzione simbolica di un paese che non riesce pi\u00f9 a relazionarsi in modo esplicito con le proprie pulsioni.<\/p>\n<p>Con questo strattagemma&nbsp;Matsumoto indirizza le sofferenze di Katayama direttamente allo spettatore, introducendo un discrimine morale che si identifica con una versione autoritaria della coscienza. Ma al di l\u00e0 dell&#8217;aspetto concettuale, R100 \u00e8 ricco di sequenze irresistibili dove la commedia nasce proprio da quel meccanismo apparentemente tipico che sovrappone l&#8217;epifania magica in un contesto quotidiano, qui rovesciata nel suo opposto perverso. &nbsp;L&#8217;aggressione nel Sushi Club dove ogni maki-sushi viene spappolato da una mistress prima che Katayama possa mangiarlo, le percosse in mezzo di strada, l&#8217;apparizione della Queen-Saliva che scaracchia sul poveruomo con una veemenza da supereroina, i colpi di Kung-fu al ristorante; sono solo alcuni momenti del film di Matsumoto, condotti con quel gusto per il rovesciamento dei costumi nazionali che in parte sembra riferirsi alla sarcastica irriverenza del grande <strong>Juzo Itami<\/strong>.<\/p>\n<p>&#8220;L&#8217;inconsistenza del plot&#8221; allora, per riprendere uno degli adagi preferiti dalla stampa Americana, serve a Matsumoto sia per lavorare sul funzionamento pi\u00f9 scabro e ritmico della commedia, sia per costruire uno dei suoi viaggi nella dimensione psichica individuale, che in R100 apre anche ad una riflessione di tipo politico, filosofico e religioso.&nbsp;Sarebbe complesso in questa sede passare in rassegna i numerosi riferimenti, tra cui i continui inserti paranoidi dedicati alla possibilit\u00e0 che si verifichi un terremoto, la relazione tra famiglia tradizionale e pulsione erotica, la ricerca di un&#8217;estasi metafisica in un contesto globalizzato, e infine, in una geniale quanto ambigua chiusura, un desiderio di maternit\u00e0 che ricorda la fusione identitaria in molto cinema di<strong> Miike Takashi<\/strong>.<\/p>\n<p>R100 \u00e8 un film acuto e divertente e allo stesso tempo oscuro e disturbante; girato da Matsumoto con la direzione della fotografia di&nbsp;&nbsp;<strong>Kazunari Tanaka<\/strong> in un rapporto dimensionale 1:85:1 e in 16 mm, restituisce un costante senso di straniamento anche in termini visivi, la grana della pellicola contrasta in modo esplicito con alcune incursioni digitali, mentre i colori desaturati puntano quasi al bianconero. &nbsp;Oltre all&#8217;incredibile performance di&nbsp;Nao \u00d4mori, il film \u00e8 supportato da una parata di mistress formidabili (Mao Daichi, Shinobu Terajima, Matsuo Suzuki , Atsuro Watabe) e dalla surreale apparizione di&nbsp;<strong>Lindsay Hayward<\/strong>, nella parte del CEO del Bondage Club, una sorta di coscienza oscura occidentale che traghetter\u00e0 lo spettatore verso la catarsi finale.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>R100 \u00e8 l&#8217;ultimo film del nuovo genio della commedia surreale giapponese Hitoshi Matsumoto<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":71757,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"wpai_generated_summary":"","wpai_meta_description":"","footnotes":""},"categories":[185,191,19],"tags":[],"class_list":["post-20397","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-covercinema","category-festivalcinema","category-news"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20397","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=20397"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20397\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":36645,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/20397\/revisions\/36645"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media\/71757"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=20397"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=20397"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=20397"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}