{"id":22027,"date":"2014-08-26T07:00:14","date_gmt":"2014-08-26T05:00:14","guid":{"rendered":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/?p=22027"},"modified":"2014-08-23T13:25:03","modified_gmt":"2014-08-23T11:25:03","slug":"under-the-skin-di-jonathan-glazer-la-recensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/news\/under-the-skin-di-jonathan-glazer-la-recensione.html","title":{"rendered":"Under the Skin di Jonathan Glazer: la recensione"},"content":{"rendered":"<p><strong>Jonathan Glazer<\/strong> ha una ridotta filmografia alle spalle,<strong> Sexy Beast<\/strong>, pulp post-moderno di discreta fattura, e il pi\u00f9 interessante <strong>Birth<\/strong>, noir metafisico interpretato nel 2004 da <strong>Nicole Kidman<\/strong>; e un numero pi\u00f9 nutrito di videoclip, diretti nell&#8217;arco di una quindicina d&#8217;anni, dal 1995 in poi.<\/p>\n<p>Tra i numerosi promo musicali diretti per lo pi\u00f9 per notissimi artisti britannici, ci interessa quello di<strong> Karma police<\/strong>, girato nel 1997; ci interessa perch\u00e8<strong> Under The skin<\/strong>, il difficile e accidentato adattamento che Glazer ha realizzato a partire dal noto romanzo di fantascienza scritto da <strong>Michel Faber<\/strong> all&#8217;inizio del secondo millennio, \u00e8 forse il film pi\u00f9 vicino alla sua attivit\u00e0 come autore di videoclip, la cui sintesi espressiva \u00e8 probabilmente ben rappresentata da quello girato per i <strong>Radiohead<\/strong>.<\/p>\n<p>Introdotto dal lungo viaggio di allineamento di una retina e da alcuni elementi auditivi che sembrano alludere ad una pratica di apprendimento del linguaggio, Under the skin irrompe quasi subito dopo in un limbo bianco, dove il cadavere di una donna appena recuperato da un fosso, viene spogliato da una <strong>Scarlett Johansson<\/strong> completamente nuda, pronta a vestirsi con gli indumenti della defunta. Anche se rispetto al romanzo di Faber, Glazer procede per sottrazione, eliminando molti dei riferimenti iconici, simbolici e narrativi presenti, sceglie comunque, in questi primi quindici minuti, il tono di una certa fantascienza filosofica degli anni &#8217;70 (Kubrick, Roeg, Lucas, Trumbull, Saul Bass) che in qualche modo definisce il contesto attraverso una riconoscibilit\u00e0 specifica; ovvero mentre toglie informazioni narrative, riducendo praticamente i dialoghi a zero, sceglie un&#8217;introduzione forse pi\u00f9 visiva che visionaria, immediatamente riconducibile ad un dec\u00f2r science-fiction.<\/p>\n<p>Da qui in poi, i lunghissimi peregrinaggi di Scarlett Johansson\u00a0 in macchina, per le strade di Glasgow, e in contesti urbani isolati, alla ricerca di uomini soli da adescare e condurre in un ennesimo spazio-limbo dove verranno misteriosamente assorbiti e annientati, probabilmente allo scopo di mantenere viva una struttura molecolare &#8220;aliena&#8221;, vengono ripetuti in forma ossessiva e frequentativa, come fossero un lungo, ideale piano sequenza alla ricerca di un&#8217;esperienza fenomenologica &#8220;primaria&#8221;.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 vicina alla necessit\u00e0 del tagliatore di teste di <strong>John McNaughton<\/strong> che non al <strong>Bowie<\/strong>-alieno di <strong>Tevis\/Roeg<\/strong>, Scarlett esplora una realt\u00e0 empirica estranea, con la pupilla dilatata di chi osserva stupito, una nuova realt\u00e0 al microscopio; dimostrando una mancanza di empatia con il mondo osservato che verr\u00e0 sostituita progressivamente da un senso ancestrale di paura e di perdita.<\/p>\n<p>Se la visione paranoide di <strong>Karma Police<\/strong> era a sua volta un viaggio dell&#8217;occhio in due direzioni; una esplorativa, la seconda in fuga dalla propria soggettiva, in un semplice quanto sorprendente slittamento di senso; Under the Skin mantiene questi due movimenti palindromi nelle due met\u00e0 del film; quando Scarlett Johansson si perder\u00e0 in un viaggio conoscitivo non previsto, non solo dovr\u00e0 fare i conti con una violenza esterna inaspettata, ma guarder\u00e0 se stessa staccandosi letteralmente di dosso il simulacro umano come se fosse qualcosa in pi\u00f9 di una seconda pelle.<\/p>\n<p>Il film in fondo risente di questa duplicit\u00e0 della visione; un primo percorso pi\u00f9 selvaggio ed empirico, suggestivamente allineato sulla linea della scoperta del mondo, in una direzione non necessariamente elegiaca, ma sicuramente pi\u00f9 vitale e vicina per certi versi alla fantascienza dell&#8217;unico film di Saul Bass nel suo approccio documentaristico, o pensando a qualcosa di pi\u00f9 recente, al <strong>Benedek Fliegauf<\/strong> di &#8220;Womb&#8221; nella relazione tra corpi e ambiente, senza la stessa forza acusmatica, tanto che sul piano musicale, Glazer ricerca un algido e astratto lirismo espressionista attraverso la musica originale composta dalla giovanissima producer e Dj <strong>Mica Levi<\/strong>, che abbandonate le suggestioni &#8220;club&#8221;, lavora per Glazer su una partitura pi\u00f9 classicamente legata all&#8217;uso del quartetto d&#8217;archi per le immagini in movimento (vari riferimenti, da Bartok a Penderecki); l&#8217;altra direzione invece pi\u00f9 artificialmente costruita sui modelli di una fantascienza &#8220;simbolica&#8221; che arena il film in una dimensione meno misteriosa di quel che sembra.<\/p>\n<p>Fatte queste riserve, Glazer rimane un autore da tenere assolutamente d&#8217;occhio, ed \u00e8 interessante come di tutto il film, alla fine, sopravviva con pi\u00f9 forza la parte pi\u00f9 essenziale, che da un punto di vista emotivo ci riconduce dalle parti di quella relazione primigenia del corpo con l&#8217;ambiente, nella sua versione pi\u00f9 estrema e\u00a0\u00a0&#8220;survivalista&#8221;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Esce domani, 28 agosto, &#8220;Under the Skin&#8221; di Jonathan Glazer presentato a venezia 70, leggi la nostra recensione<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":71757,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"wpai_generated_summary":"","wpai_meta_description":"","footnotes":""},"categories":[185,19,220],"tags":[],"class_list":["post-22027","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-covercinema","category-news","category-top-news"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/22027","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=22027"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/22027\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media\/71757"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=22027"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=22027"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=22027"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}