{"id":27116,"date":"2015-06-04T15:07:51","date_gmt":"2015-06-04T13:07:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/?p=27116"},"modified":"2023-01-21T18:11:43","modified_gmt":"2023-01-21T16:11:43","slug":"eisenstein-in-messico-di-peter-greenaway-la-recensione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/recensioni\/eisenstein-in-messico-di-peter-greenaway-la-recensione.html","title":{"rendered":"Eisenstein in Messico di Peter Greenaway: la recensione"},"content":{"rendered":"<p>Questa \u00e8 la storia di un trentatreenne vergine che nel 1931 va in Messico, patria di una rivoluzione persino precedente a quella russa, gira centinaia di chilometri di pellicola, non ci ricava nulla ma in compenso perde la verginit\u00e0. \u00c8 la storia di un corpo, quello di \u0421\u0435\u0440\u0433\u0435\u0439 \u041c\u0438\u0445\u0430\u0439\u043b\u043e\u0432\u0438\u0447 \u042d\u0439\u0437\u0435\u043d\u0448\u0442\u0435\u0439\u043d alias <strong>Sergej Michajlovi\u010d \u0116jzen\u0161tejn<\/strong>.<\/p>\n<p>Da qualche anno a questa parte, <strong>Peter Greenaway<\/strong> studia le origini della creativit\u00e0. Nel 2007 ha dedicato a Rembrandt \u201cNightwatching\u201d, oscuro film di tableaux vivants, e ora pare pi\u00f9 che mai immerso nella biografia di \u0116jzen\u0161tejn, non solo il cineasta: anche il poliglotta, l\u2019umorista, il bambinone. L\u2019uomo i cui capelli hanno ispirato \u201cEraserhead\u201d. Il giramondo che si \u00e8 fatto immortalare in scatti squisitamente autoironici, a volte degni dei fratelli Marx. La tesi di Greenaway \u00e8 cristallina: il motore dell\u2019\u0116jzen\u0161tejn maturo, post Sciopero-Potemkin-Ottobre, \u00e8 il sesso che prima non aveva mai fatto. E che una volta scoperto, ha sbattuto in secondo piano il suo lavoro di regista rivoluzionario.<\/p>\n<p><strong>Eisenstein in Guanajuato<\/strong> non \u00e8 un film sulle riprese eterne, caotiche e inconcludenti di \u201c\u00a1Que viva M\u00e9xico!\u201d, fallimentare progetto finanziato da Upton Sinclair \u2013 l\u2019unico scrittore americano che vendeva vagonate di libri in Unione Sovietica \u2013 e dalle cui rushes espropriate al regista sono stati montati, alla meno peggio, tentativi di film quali \u201cLampi sul Messico\u201d (1933), \u201cEisenstein in Mexico\u201d (1933), \u201cDeath Day\u201d (1934), \u201cTime in the Sun\u201d (1940). Buon ultimo, \u201c\u00a1Que viva M\u00e9xico!\u201d (1979).<\/p>\n<p>No. Questo \u00e8 un film sulla fisicit\u00e0 di \u0116jzen\u0161tejn (interpretato dall\u2019attore finnico Elmer B\u00e4ck), su quello che lui stesso definisce un \u00abcorpo da clown\u00bb, e sull\u2019uomo che per primo ne ha fatto qualcosa, di questo corpo: il padre di famiglia messicano Jorge Palomino y Ca\u00f1edo (Luis Alberti). Al centro della narrazione vi \u00e8 infatti il loro progressivo avvicinamento, la titubanza desiderante di Sergej, il fascino risoluto di Palomino. Motivo per cui le autorit\u00e0 russe si sono rifiutate di erogare un finanziamento. Niente di nuovo sotto il sole, per quanto non ci troviamo dinanzi a un film omoerotico, ma piuttosto a un biopic goliardico e sghembo, forse il primo titolo di un progetto in due parti.<\/p>\n<p>Sempre in bilico tra Abel Gance, Walerian Borowczyk e Vittorio Sgarbi, il regista britannico non si smentisce. Eisenstein in Guanajuato \u00e8 Greenaway allo stato puro: ridondante, scatologico, feticista (scarpe e piedi maschili a \u2018sto giro), ludico, nozionista fino allo stremo. Eppure, rispetto a quanto fatto negli ultimi vent\u2019anni, da \u201cThe Pillow Book\u201d in poi, questo film vanta una vitalit\u00e0 autentica, la stessa della coloratissima festa dei morti messicana, con le maschere da teschio e gli scheletri gonfiabili. Un\u2019allegra guasconata.<\/p>\n<p>I tempi d\u2019oro delle colonne sonore di Michael Nyman e delle immagini di Sacha Vierny sono molto lontani e a volte la sceneggiatura incappa in dialoghi tra il camp e l\u2019imbarazzante, ma il teatro dell\u2019autore britannico regge, anzi, \u00e8 meno claustrofobico e autoreferenziale del solito. Complice Florentijn Bos, il regista sperimenta deformazioni prospettiche ed effetti speciali digitali spudorati, che ricordano il Rybczy\u0144ski dantan \u2013 e possono spiazzare lo spettatore poco avvezzo ai giochi al massacro del Greenaway anni Ottanta. Lo schermo si splitta in tre, certe battute in primissimo piano vengono ripetute a raffica, appaiono le effigi di personaggi evocati per puro gusto di name dropping, fotografie originali di \u0116jzen\u0161tejn in America, i colori si spengono cedendo il posto al bianco e nero o impazziscono come in un caleidoscopio paesaggistico; a volte irrompono scene di Ottobre o del Potemkin, le mosche, le larve.<\/p>\n<p>Ma questa ricchezza visiva un po\u2019 sterile, fatta di vezzi, strizzate d\u2019occhio e intuizioni buttate l\u00ec, non si pappa il film. Non si perde il focus fisiologico, corporale, da coming of age fuori tempo massimo. Da rivoluzione, stavolta, sessuale. Oltretutto corredata da scene che lasciano ben poco all\u2019immaginazione, con buona pace del famoso montaggio <em>analoggico<\/em> usato anche da Gerard Damiano in \u201cGola profonda\u201d. Dopo il ventre dell\u2019architetto, il culo del cineasta rivoluzionario. \u00a1Que viva Greenaway!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Greenaway racconta la storia del corpo di Sergej \u0116jzen\u0161tejn, sverginato e felice. Un ritorno alla forma sotto il segno della goliardia. Sempre in bilico tra Abel Gance, Walerian Borowczyk e Vittorio Sgarbi, il regista britannico non si smentisce. Eisenstein in Messico \u00e8 Greenaway allo stato puro: ridondante, scatologico, feticista, ludico, nozionista fino allo stremo<\/p>\n","protected":false},"author":5,"featured_media":71757,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"wpai_generated_summary":"","wpai_meta_description":"","footnotes":""},"categories":[187,185,10,220],"tags":[],"class_list":["post-27116","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-alcinema","category-covercinema","category-recensioni","category-top-news"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27116","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/5"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=27116"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27116\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":27120,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/27116\/revisions\/27120"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media\/71757"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=27116"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=27116"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=27116"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}