{"id":69682,"date":"2025-02-17T21:50:00","date_gmt":"2025-02-17T20:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/?p=69682"},"modified":"2026-07-11T18:00:16","modified_gmt":"2026-07-11T17:00:16","slug":"l-incroyable-femme-des-neiges-di-sebastien-betbeder-recensione-berlinale-75-panorama","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/covercinema\/l-incroyable-femme-des-neiges-di-sebastien-betbeder-recensione-berlinale-75-panorama.html","title":{"rendered":"L\u2019 Incroyable femme des neiges di S\u00e9bastien Betbeder: recensione &#8211; Berlinale 75 &#8211; Panorama"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel frequente e vitale cortocircuito tra nature e culture ricercato da <strong>S\u00e9bastien Betbeder<\/strong>, non \u00e8 la prima volta che il regista francese si trovi a scegliere la Groenlandia come punto di osservazione.<br>Un punto che pu\u00f2 essere alternativamente sognato oppure vissuto, con uno sguardo solo apparentemente ingenuo e desunto da numerose poliritmie linguistiche, ma che proprio in virt\u00f9 di una sostanza cinematografica contaminata da altre forme, lascia ampi spazi di libert\u00e0 allo spettatore, anche quello pi\u00f9 distratto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La superficie introduttiva de <strong>L&#8217;incroyable femme des neiges<\/strong>, sin dal titolo, dal lettering dei titoli di testa, dal minimalismo ludico e apolide degli <strong>Ensemble 0<\/strong> di <strong>St\u00e9phane Garin<\/strong> e <strong>Sylvain Chauveau<\/strong>, e ovviamente a partire da questa figura che si aggira stremata tra i ghiacci, sembra provenire dal rallentamento di un\u2019avventura a fumetti di Jacques Tardi, giunta alla sua conclusione pi\u00f9 tragica.<br>Eppure Colin Morel, interpretata da una vitale ed anarchica anti-Amelie come <strong>Blanche Gardin<\/strong>, assiderata nella distesa ghiacciata, muore e resuscita pi\u00f9 di una volta in questa anti-fiaba che interroga costantemente punti di vista e stereotipie occidentali sulla vita, la morte e l\u2019apocalisse, attraverso il filtro di alcune alterit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pi\u00f9 della<em> flanerie<\/em>, che in altri film di Betbeder ricombina la prospettiva interiore a partire dal reticolo di occasioni urbane, quello praticato \u00e8 il movimento della fuga come dispositivo che crea tensione tra il qui e l\u2019altrove. La fuga, oltre la definizione che ci offre il neuroscienziato Jonathan K. Foster come di un movimento che tende alla perdita di tutte le tracce che possano ricondurre alla rappresentazione della propria identit\u00e0, incluso il bagaglio mnestico, \u00e8 il viaggio pi\u00f9 estremo verso la ricerca interiore, la rescissione con un\u2019idea di mondo e la sua ricostruzione altrove.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Con un\u2019ellisse temporale che consente a Betbeder di azzerare il film, incorporandone pi\u00f9 di uno, Colin, come dicevamo, muore e vive pi\u00f9 di una volta e in quello che potrebbe sembrare un prologo, un flashback, un lungo intermezzo tra i ghiacci, l\u2019esploratrice polare disabituata ai modi del piccolo centro da dove proviene, \u00e8 una creatura aliena oppure un fantasma. &nbsp;<br>Disadattata e antisociale come alcuni personaggi di Kervern\/Del\u00e9pine \u00e8 completamente fuori luogo rispetto ad un ambiente che si \u00e8 rassegnato ai comfort della provincia.<br>L\u2019unica avventura montana che condivider\u00e0 con i fratelli servir\u00e0 ad acutizzare l\u2019incolmabile contrasto tra i due modi di vivere e far\u00e0 da innesco per una scomparsa in piena regola e la successiva rinascita tra i ghiacci.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nella sezione centrale, che funziona come segmento disgiuntivo tra i due mondi, ma anche come straordinaria parabola fantastica dove hanno luogo tutte le trasfigurazioni, anche quelle pi\u00f9 esotiche e irricevibili, Betbeder ricorre a quei registri comici che sono progressivamente cresciuti nel suo cinema, ma che trattengono il suo opposto pi\u00f9 desertificato, proprio nell\u2019innesco situazionale della gag, capace di creare divertito sconcerto ma anche atterrito spaesamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli incontri con l\u2019ex amante, insegnante in una scuola primaria, vengono scanditi da un sabotaggio dietro l\u2019altro. Il primo dove il linguaggio preposto per un uditorio infantile viene brutalmente sovvertito da Colin con un repentino passaggio dallo stupore creaturale, alla violenza dell\u2019uomo sulla natura.<br>Il secondo, nell\u2019appartamento dell\u2019insegnante, quando la messa in scena del passato, tra foto ricordo e un esilarante confronto con il figlio dell\u2019uomo e l\u2019attuale moglie, si trasforma in una violenta espulsione dell\u2019alterit\u00e0 dalle sicurezze del nucleo famigliare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ecco che la successiva assimilazione nella comunit\u00e0 Inuit, avviene attraverso un doppio sogno che disinnesca le illusioni avventurose dell\u2019occidente.<br>Attraversato dal senso ineluttabile della scomparsa, una narrazione ormai frequente quando si parla di Groenlandia dalla prospettiva del cambiamento climatico, Betbeder non sceglie la via del racconto di ammonizione, rimanendo fedele a quei processi interiori che conducono all\u2019annullamento di un orizzonte, visivo e sociale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 sorprendente che una storia di rinascita attraverso il rito di passaggio della fuga, si trasformi in una preparazione alla morte, riflessione che non \u00e8 rara nella filmografia del regista francese.<br>La mitologia dei Qivittoq, figure di transito della cultura Inuit, spinge la ricerca di Colin fin dalla fase desiderante, quando i luoghi sono ancora confinati nello spazio del sogno.<br>Ma \u00e8 proprio in quello spazio che gli Inuit abitano con una concretezza legata alla morfologia del territorio.<br>La fine del viaggio nell\u2019isolamento glaciale \u00e8 di volta in volta attribuita ai reietti, alle figure che decidono di isolarsi dalla comunit\u00e0, ai fuggitivi. Colin \u00e8 un Qivittoq fin dall\u2019inizio e segue pi\u00f9 volte questa traiettoria.<br>In Groenlandia apprende che il passaggio dall\u2019esistenza ad un\u2019altra forma di vita \u00e8 completamente inscritto nel paesaggio a perdita d\u2019occhio, e quando scorge l\u2019ombra di una creatura tra spirito e animale, tra bestia e fantasma, questa scompare subito dopo come bagliore all\u2019orizzonte, una fata morgana che solo i pazzi, i fuggitivi, i fugueur e chi \u00e8 vicino alla morte, possono inseguire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il destino biologico di Colin allora, rispetto all\u2019accanimento terapeutico dell\u2019occidente, a cui la donna fa riferimento con una fulminante battuta su come vorrebbe immaginarsi i suoi ultimi giorni da questo lato del viaggio, pu\u00f2 realizzarsi solamente in una comunit\u00e0 che non \u00e8 legata alle semiotiche conosciute e coltivate da un\u2019occidente che ha perso la capacit\u00e0 di fondersi con il paesaggio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul clash culturale, ovvero lo scontro di significati che produce fraintendimento e distorsione, il regista francese si inventa una serie di gag irresistibili, che ribaltano costantemente la prospettiva e la collocazione dei segni. La pi\u00f9 evidente, ma anche quella pi\u00f9 stratificata, \u00e8 quella dove il medico Inuit che diagnostica un cancro a Colin, comincia a cantare <em>Champs Elys\u00e9es<\/em> di Joe Dassin in un francese quasi incomprensibile, che infonde una struggente estraneit\u00e0, di tempo, luogo e lingua, riflessa sul volto della donna. Quella canzone d\u2019amore che in qualche modo rappresenta un\u2019identit\u00e0 parigina ormai cristallizzata nella nostalgia turistica, diventa una bizzarra e commovente elegia del commiato. &nbsp;<br>La stessa inversione di segni che crea altre risonanze, anche esterne e persino incredibilmente predittive, \u00e8 nell\u2019intensit\u00e0 con cui uno degli abitanti del villaggio Inuit guarda su un piccolo televisore portatile a schermo catodico \u201c<em>Little big men<\/em>\u201d di Arthur Penn, stabilendo una connessione ideale con altri destini coloniali, passati e Dio non voglia, futuri. &nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La musica di Garin\/Chauveau assume un ruolo centrale nel film, proprio a partire da una marginalit\u00e0 ricercata e dalla fusione delle timbriche provenienti dalla cultura sonora asiatica, dai rumori distanti che fondono natura e tecnologia meccanica. Un post-folk che rievoca molte storie sonore, inclusa quella pi\u00f9 strettamente legata al gioco di un compositore come John Cage, ma anche formazioni come Efterklang, Boxhead Ensemble, Rachel\u2019s (n.d.r. <a href=\"https:\/\/www.indie-eye.it\/recensore\/coverstory\/the-clearing-una-conversazione-con-rachel-grimes.html\">Leggi l\u2019intervista a Rachel Grimes<\/a>, fondatrice dello storico ensemble statunitense qui su indie-eye) quando trovavano una via per sostituire la musica degli affetti con forme acusmatiche legate al field recording e ai rumori della natura, tecnologizzata o meno.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una ricchezza semantica quella del nuovo film di S\u00e9bastien Betbeder che converge verso quell\u2019annullamento dell\u2019orizzonte visivo e interiore di cui abbiamo gi\u00e0 parlato.<br>Pi\u00f9 della dimensione mistica o della fascinazione esterna per un mondo lontano, da cui ci mette in guardia inserendo osservatori eccedenti, come i fratelli di Colin per esempio, \u00e8 la conservazione del mistero in una prospettiva radicalmente deprivata da qualsiasi culto. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per quanto l\u2019idea del viandante montano che cerca un transito nella solitudine e lo stesso percorso culturale dei Qivittoq possano entrambi connettersi con le tradizioni animiste, Betbeder non gli assegna un significato univoco e con estrema fedelt\u00e0 ad un cinema libero e combinatorio, anche rispetto alla contaminazione di pi\u00f9 generi che pratica, preferisce una prospettiva laica, dove la scelta del modo in cui intraprendere l\u2019ultimo viaggio, diventa un patto libero tra individuo e collettivit\u00e0, fuori da qualsiasi forma di ossessione, religiosa, tecno-scientifica e politica.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">[<em>Materiale stampa e foto fornite da ufficio stampa Alibi Comunications<\/em>]<\/p>\n\n\n<style>.kt-tabs-id69682_12f349-37 > .kt-tabs-content-wrap > .wp-block-kadence-tab{border-top:3px 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Betbeder<br><strong>Fotografia<\/strong>: Pierre-Hubert Martin<br><strong>Musica<\/strong>: Ensemble 0<\/p>\n<\/div><\/div>\n<\/div><\/div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella splendida nuova avventura con l&#8217;alterit\u00e0 immaginata da S\u00e9bastien Betbeder, Blanche Gardin \u00e8 un&#8217;anti-Amelie, un ponte tra due mondi, proiettato verso la fusione con il paesaggio. Su L&#8217;incroyable femme des neiges, visto a Berlino 75 nella sezione Panorama<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":69683,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"ngg_post_thumbnail":0,"wpai_generated_summary":"","wpai_meta_description":"","footnotes":""},"categories":[525618,185,525621],"tags":[525613],"class_list":["post-69682","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","category-berlinale-75","category-covercinema","category-panorama-berlinale-75","tag-berlinale-75"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/69682","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=69682"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/69682\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":70518,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/69682\/revisions\/70518"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media\/69683"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=69682"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=69682"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.indie-eye.it\/cinema\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=69682"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}