Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

“La Liverpool di Francia”. Così viene soprannominata Clermont-Ferrand, cittadina nel cuore dell’Auvergne, in virtù della brulicante attività concertistica che la contraddistingue. Della scena musicale il festival Europavox è senza dubbio l’espressione più completa e di grande risonanza; "l'unité dans la diversité", questo il motto programmatico di un progetto partecipativo, che oltre ai grandi nomi, si lega allo scouting di nuovi artisti e non solo. Giuseppe Zevolli era in loco per indie-eye come unico rappresentante della stampa Italiana insieme a due inviati di Freequency, questo è il reportage completo della manifestazione, tra racconto e fotografie... 

Di

Europavox – day two

 

Per la seconda giornata mi annido al Forum deciso a non schiodare in attesa di una delle rivelazioni made in UK dell’anno, i Django Django, tra i nomi più chiacchierati del festival e impegnati nel tardo pomeriggio in una chiacchierata radiofonica all’aperto in cui dichiarano a più riprese ai giornalisti la loro voglia matta di sperimentare. Il mio dannato anglocentrismo subisce una prima, fortunata scossa con il precedente set degli Ewert and The Two Dragons, gruppo folk-rock di punta nel panorama musicale estone, alle prese con la loro prima esibizione in Francia di sempre. Ewert a voce e tastiere, Erki alla chitarra, Kristjan alla batteria e Ivo al basso e acustica: i quattro ragazzi di Tallinn oscillano tra un folk sognante e romantico non privo di smancerie, e qualche tirata strumentale più country dalle tinte malinconiche. Alcune armonie vocali guardano da lontano ai Fleet Foxes, mentre l’impeto occasionale della batteria gironzola dalle parti dei Dodos.

I Django Django arrivano sul palco con un drum kit ingombrante e una nuova mise violacea, ciascuno con un simbolo differente: la band di Edimburgo, che si ispira musicalmente e visivamente ai concittadini ormai inattivi The Beta Band (il caso vuole che il leader e batterista dei Django David Maclean sia anche fratello minore del tastierista dei Beta, John Maclean), è nota per gli show caleidoscopici a basi di luci, proiezioni e abiti eccentrici sempre diversi. Se al loro show londinese avevano piazzato sul palco lampade roteanti e veneziane alle pareti, a Clermont propongono un setting più scarno, cui non mancano però i giochi di luce e le proiezioni astratte gettate oltre la quarta parete. Waveforms è un tripudio di luci e assieme a Wor il momento più psichedelico dell’esibizione. Nonostante la pole position del cantante e chitarrista Vincent Neff è il “synth operator” Tommy Grace a dominare la scena, diviso tra le sue piattaforme e percussioni che spuntano da ogni dove. La batteria diventa il centro focale del gruppo, che retrocede verso il kit  di David a battere qualcosa appena possibile. Definire la loro musica è molto difficile e a volte non è facile capire la direzione del progetto: neo-psichedelia? Art-rock? Prendete un pezzo come Default e non ci capirete molto: troppo divertente per suonare sperimentale, troppo recalcitrante per canticchiare alcunché.

Per questioni di selezione mi perdo la Soirée Hip-Hop e mi dirigo finalmente da Arthur H. L’età media del pubblico si alza e così la quota di estimatori della chanson française. Arthur Higelin, una mezza celebrità in patria, porta in scena per primo il concept di Gainsbourg L’Homme à Tête de Chou; prima di lui il coreografo Jean-Claude Gallotta ne aveva ideato un adattamento per la danza con la collaborazione del cantante e compositore Alain Bashung, mai però messo in scena per la scomparsa di quest’ultimo nel 2009. La storia de L’Homme è tipicamente gainsbourgiana: un amore ossessivo tra un quarantenne affascinante e una parrucchiera, di cui si raccontano genesi, gelosie, implicazioni erotiche ed epilogo noir con la morte di lei, la fascinosa Marilou, assassinata dall’amante geloso. Arthur H segue come necessario la sequenza dei brani, che riarrangia il più delle volte dilatandoli ben oltre la lunghezza degli originali (stupenda la stregata Transit à Marilou). Il tema d’apertura torna ad unire l’intercambio dei generi, facendosi di volta in volta molto rock, estremamente pop, talvolta progressive, o sulle orme dell’originale, reggae (Marilou Reggae è il primo reggae inciso da Serge). Dalle prime parole sussurrate sullo sfondo di un mesto clavicembalo la voce sensuale di Arthur H interpreta la pièce magistralmente. Mentre la prima parte del concerto appare forse un po’ statica, con H seduto allo sgabello e il peso cinematografico delle orchestrazioni, da Flash Forward in avanti, passando per i giochi erotici di Variations sur Marilou e grazie anche a una scenografia cubica che mediante luci e proiezioni si movimenta intorno al cantore, lo spettacolo si fa via via più imprevedibile e stimolante. Con la dolcezza di Marilou sur la neige il pubblico si prepara alla standing ovation finale. Lunga vita alle riscritture. (continua alla pagina successiva…)

 

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Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.