Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Rinuncia all'eredità è uno dei dischi italiani più interessanti di questo 2014; abbiamo incontrato il suo autore, Simone Perna, in arte 3 fingers guitar, per capire meglio cosa c'è dietro quest'opera, segnata da un'urgenza punk e da un songwriting molto personale e sentito 

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Rinuncio all’eredità è uno degli album italiani che più ci ha colpito in questa prima metà di 2014, grazie alla forza delle immagini evocate da Simone Perna, in arte 3 Fingers Guitar, fatte uscire dalle viscere lacerate dell’autore a colpi di post-punk e noise. Il musicista savonese ha infatti trovato una sua personale via al cantautorato, in grado di mescolare influenze “rumorose” a momenti di grande introspezione, nel segno di un’urgenza rara da riscontrare tra i suoi colleghi di questi tempi, come dicevamo nella recensione dell’album. Abbiamo quindi deciso di contattarlo per capire meglio ciò che sta alla base delle canzoni di Rinuncio all’eredità e della musica di Simone in generale, cosa arriva dalla sua precedente esperienza nel punk hardcore e cosa invece è nato con la sua nuova incarnazione musicale. Ecco cosa ci ha raccontato.

Inizierei l’intervista parlando di un elemento del tuo disco che ho messo molto in evidenza nella mia recensione, cioè l’urgenza, il fatto che ci sia una forte componente di pancia ed emotiva nelle canzoni. Innanzitutto ti chiedo se è davvero così e, se sì, da dove arriva questa componente
Il fatto che tu abbia notato questa cosa non può altro che farmi piacere. Credo che questo aspetto dipenda da cosa c’è dietro i pezzi. Dentro la lavorazione dei testi ci ho messo molto di me, della mia visione delle cose che mi circondano. C’è introspezione, esasperazione, necessità di catarsi, rabbia trattenuta che deve esplodere. La musica che suono (e quella che ascolto) ha un’importanza quasi terapeutica per me. E poi credo che abbia a che fare anche con la mia passione per certi tipi di proposte musicali viscerali e dirette. Voglio dire, in genere amo e stimo chi ha il coraggio di mettersi a nudo in una canzone, in un disco.

Ascoltando il disco mi è sembrato di capire che la scelta finale che compi per evitare la disperazione sia quella dell’indifferenza. Come mai questa scelta? Ed è davvero l’unica consolazione possibile?
In Fine, il pezzo a cui ti riferisci, parlo di un rapporto logoro. Un legame che è marcito, andato a male, che un tempo era fondamentale ma che bisogna saper riconoscere quando giunge alla sua fine. Il problema è proprio quando questa cosa non avviene e prende il via un legame morboso, quasi obbligatorio in cui vivono sentimenti condizionanti e si diventa vigliacchi, ci si approfitta l’uno dell’altro e allo stesso tempo si diventa uno appiglio disperato dell’altro. E allora, per sopravvivere, si arriva a un punto di non ritorno in cui ci si impone l’indifferenza, un sentimento tremendo, ma che è l’unico per superare una situazione in cui si fa del male agli altri e a se stessi. Ed è un’indifferenza non priva di sensi colpa ma tristemente necessaria. Per quanto mi riguarda arrivare a questa conclusione è stato quanto di peggio mi sia mai capitato di giungere, per cui, no, non è e non può essere l’unica consolazione possibile; non rimane che far tesoro di certe esperienze per non finirci di nuovo dentro.

All’interno del disco ci sono vari cambiamenti d’atmosfera sonora, passando dal noise a momenti acustici per esempio. Cosa ti ha spinto a variare così registro? È stata una scelta fatta per adattare l’atmosfera dei brani ai testi? O hai fatto il procedimento contrario?
Su questo disco alcuni pezzi sono partiti da riff minimali, scampoli ritmici, loop. Altri da giri armonici più “cantautorali”. Lo stimolo iniziale credo sia partito dal tentativo di mettere insieme i due aspetti, quello del songwriting e le influenze noise/post punk. In genere in una canzone parto sempre dalla musica; le parole vengono (quasi sempre) dopo. Quando riesco a mettere a fuoco idee musicali che mi convincono lo capisco dalla loro capacità di essere evocative di uno stato d’animo che mi coinvolge e che cerco di tradurre poi coi testi da cantarci sopra.

Sempre rifacendomi alla recensione, ho evocato il nome dei Bachi Da Pietra come possibile influenza per il brano Rinuncia all’eredità e quello di Giovanni Succi come “mentore” per i passaggi recitati. Cosa ne pensi?
Lo prendo come un complimento e ti ringrazio. Credo che i Bachi da Pietra siano tra le realtà più personali e “di sostanza” uscite in Italia negli ultimi 10 anni. Il talento realmente letterario di Giovanni Succi nello scrivere testi in metrica è a mio parere difficilmente discutibile. E poi, soprattutto, sono testi sempre in grado di lasciare un segno.

In generale, ci sono artisti italiani che ascolti e che magari ti hanno spinto a provare la strada dei testi in italiano? O c’è altro dietro questa scelta?
La scelta dell’italiano è nata da una necessità espressiva. L’inglese che ho usato nei cd-r precedenti era un inglese purtroppo “monco” perché la mia conoscenza della lingua non era (e non è) al 100%. Alla lunga questa cosa si è fatta sentire perché quando ti ritrovi su un palco a cantare qualcosa in un modo che non ti convince ti ritrovi così a storpiare anche le intenzioni comunicative che avevi. Il messaggio che volevo far arrivare era incompleto perché l’espressione non era sicura e anche la voce, inteso proprio come strumento, non usciva come doveva. E quindi ho rotto gli indugi e mi sono messo a fare tentativi con l’italiano finché il risultato non mi ha convinto. Poi beh, le influenze ovviamente ci sono, come del resto c’erano anche nei pezzi cantati in inglese.

Come ti trovi a fare musica in Italia oggi quindi? E di Savona cosa puoi dirci? È un buon posto per suonare?
Negli ultimi tempi qui a Savona ci sono segnali abbastanza incoraggianti direi. Ci sono almeno 2 belle realtà dove poter suonare (parlo della Raindogs House e del Rude Club) e, in generale, le persone che suonano e cercano di trovare una propria via stanno trovando un valido appoggio nella Dreamingorilla Records. Francesco Cerisola (il titolare) è uno che ci crede, ha entusiasmo e in questo panorama provinciale che ha vissuto per anni periodi davvero aridi rappresenta una valida risorsa. Sull’Italia rimando la risposta a quando avrò fatto un po’ più di concerti per portare in giro il disco. Per il momento sto lavorando abbastanza duramente per trovare date.

Prima di diventare 3 fingers guitar hai suonato la batteria con due gruppi molto interessanti e particolari, i Viclarsen e gli Affranti. Cosa ti è rimasto di quelle esperienze? Influiscono ancora sul tuo modo di fare musica oggi?
Immagino di si. Parliamo di due gruppi abbastanza differenti tra loro ma che avevano entrambi un forte retroterra comune nel punk e soprattutto nel post punk. Parlo di nuovo di un’attitudine fortemente diretta, viscerale che accomunava le due band. Nel caso dei Viclarsen era filtrata da un approccio forse più sperimentale ma la base da cui si partiva era sempre quella.

Con gli Affranti in particolare vi rifacevate a modelli anni 80 come i Franti, ma anche l’hardcore di quegli anni. Mi è sembrato di notare nei tuoi testi una certa crudezza proprio hardcore, come quella dei Nerorgasmo ad esempio. Che ne pensi?
Adoro i Franti. Conosco i Nerorgasmo da pochissimo e solo di nome; mi sono già ripromesso di approfondire e questa tua osservazione mi motiva ancor di più all’ascolto. Sulla crudezza dei miei testi sicuramente l’approccio hardcore ha influito. Ne parlo soprattutto in termini di minimalismo e di un realismo abbastanza esasperato. Tutto ciò di cui parlo, canto o urlo parte da esperienze o che ho vissuto sulla mia pelle, o che da ravvicinato osservatore esterno hanno avuto ripercussioni dirette su di me e il mio vissuto. Come ti dicevo si tratta di catarsi e percorso terapeutico; a volte le ferite devono essere esposte per farle rimarginare.

Com’è un live di 3 fingers guitar? Cosa deve aspettarsi chi viene a vederti?
Dunque, i live li posso affrontare in solo o accompagnato da Simone Brunzu, il bravissimo batterista che suona sul disco e che ha contribuito ad alcuni arrangiamenti. In entrambi i casi mi servo di vari loop che contribuiscono a creare le atmosfere ripetitive (ossessive o ipnotiche) di molti miei pezzi. E, sempre in entrambi in casi, mi alterno tra chitarra acustica e elettrica. Tengo molto al fatto che la tensione latente o esplicita dei brani emerga al meglio anche grazie all’interazione dei due strumenti.

Classica domanda finale: progetti per il futuro?
Già qualche brano nuovo è pronto e ci sono un po’ di idee embrionali per altri. Ora si tratta di dar loro una direzione. Per il prossimo disco mi piacerebbe collaborare con un produttore artistico esterno. Insomma ho già in testa qualcosina. Vedremo.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.